sabato 30 maggio 2020
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NEWS 31 marzo 2016    
«Contro l’utero in affitto». Lo dice forte e chiaro Luisa Muraro, eroina storica del femminismo italiano

di Marco Tosatti

 

L’editrice La Scuola ha pubblicato un nuovo libro di Luisa Muraro, figura storica del femminismo italiano, che dal titolo rende chiaro il suo obiettivo: L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Editrice La Scuola, pagg. 86, euro 8,50).  

Scrive fra l’altro la Muraro: «L’idea di commissionare la confezione di una creaturina umana con un regolare contratto commerciale, non so se sia mai apparsa in qualche romanzo di fantascienza per descrivere gli usi e costumi di una civiltà aliena. Sicuramente è apparsa sul pianeta Terra. Non come una fantasia, ma come una pratica garantita dalla tecnoscienza e dal diritto commerciale[…].Il poco che si sa di questa pratica nel breve termine, si presta a tutte le interpretazioni».

L’autrice nega che alla base della pratica, portata alla luce della ribalta solo qualche settimana fa dal caso Vendola, possa esserci una difesa della maggiore libertà dell’individuo: «La più risibile difesa della maternità surrogata è quella che protesta contro i divieti e le proibizioni, in nome della libertà. Qui non si tratta di proibire, si tratta di non sbagliare».

E sottolinea il volto del business che si è già creato: «L’idea di istituire un mercato per le creature del corpo femminile fecondo, che conseguenze potrebbe avere? Un mercato equivale alla possibilità di fare soldi e per alcuni (quanti?) non sarà altro che questo, affari e profitto…».

Muraro nega la validità di uno slogan storico del femminismo: applicare alla surrogata lo slogan “l’utero è mio” è un controsenso. «Prendeva il suo significato dal contesto di una mobilitazione per assicurare alla singola la prospettiva di una maternità liberamente desiderata. Nel caso presente, invece, si tratta di subordinare la fecondità personale a un progetto di altri, che saranno i titolari del suo frutto e dettano le condizioni del suo svolgimento. Nondimeno quello slogan era sbagliato già allora, così com’è una semplificazione parlare di diritto per l’interruzione volontaria della gravidanza»

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