mercoledì 20 febbraio 2019
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NEWS 14 luglio 2018    di Ermes Dovico
CR7, l’uso del denaro e il magistero della Chiesa

«Bisogna dire che la nostra epoca si caratterizza per una perdita universale e massiccia del buonsenso», affermava il filosofo belga Marcel de Corte (1905-1994). Proprio il buonsenso è la parola chiave di cui si avverte la mancanza in tutta la vicenda che riguarda il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus. Non ci soffermeremo sul fatto che Ronaldo abbia sfruttato una pratica barbara come l’utero in affitto, che mercifica le donne ed è indicativa sia di una pretesa che guarda ai bambini non come soggetti titolari di diritti (innanzitutto, poter crescere con la propria mamma e il proprio papà) bensì come oggetti del desiderio, sia del relativo disprezzo della legge morale naturale, la cui osservanza «è necessaria alla salvezza» (Catechismo della Chiesa cattolica, 2036). Questo per dire, sperando chiaramente in una conversione, che il fuoriclasse portoghese, per i suoi atti, non può oggi essere indicato come modello, né agli adulti né tantomeno alle giovani generazioni. Bisogna tenerlo a mente perché il calcio non è estraneo alla società e, anzi, i suoi campioni, la loro immagine, ciò che rappresentano, hanno un impatto non di poco conto e contribuiscono a modificarne mentalità e costumi.

L’aspetto sul quale desideriamo soffermarci è l’inopportunità di un acquisto così costoso e di una retribuzione così esorbitante. Intanto, le cifre. La Juve dovrà versare al Real Madrid 100 milioni di euro per il «cartellino» del giocatore, ai quali si aggiungono 5 milioni per il cosiddetto contributo di solidarietà e 12 di oneri accessori. Solo così fanno 117 milioni. Al giocatore andranno 31 milioni netti, 60 lordi, per quattro anni. Il costo totale dell’operazione per la Vecchia Signora è quindi pari a 357 milioni di euro. Non proprio bruscolini e, a questo punto, sarebbe bene quantomeno fare un’assicurazione agli alluci di CR7, fosse solo per il rischio che a Marione Mandzukic capiti accidentalmente di pestargli i piedi in allenamento…

Scherzi a parte, diamo un primo sguardo alla Dottrina sociale della Chiesa, che fa un discorso organico sulla realtà, alla luce della Rivelazione: «Una buona amministrazione dei doni ricevuti, anche dei doni materiali, è opera di giustizia verso se stessi e verso gli altri uomini: ciò che si riceve va ben usato, conservato, accresciuto, come insegna la parabola dei talenti» (Compendio della DSC, 326). La buona amministrazione qui è difficile a vedersi. Eppure, la gran parte dei media, non solo sportivi, hanno parlato di colpo di mercato. In che senso è un «colpo di mercato»? Se guardiamo solo alla qualità del giocatore e alla sua costanza nel segnare, lo è senz’altro. Ma se si parla di rapporto qualità-prezzo per ogni tipo di scelta economica non si vede perché ciò non dovrebbe valere anche per le prestazioni sportive di un calciatore, per il quale non si può non tenere in considerazione un altro elemento: l’età. Ronaldo ha quasi 33 anni e mezzo, è sì fortissimo, fisicamente integro e pone una gran cura nell’allenamento, fatto di per sé importante per «allungarne» la vita calcistica, ma – se pensiamo a quest’ultima come a una parabola – si può dire che la fase discendente sia vicina.

Detto che i 357 milioni rimarrebbero dissennati anche in presenza di uno più giovane, sia per l’entità della somma sia perché si tratta di un solo giocatore, spendere così tanto – a maggior ragione con un’età anagrafica calcisticamente vicina ai limiti – è la spia di una società che vuole tutto e subito. Si sa cosa: la Champions, assurta a un idolo, divenuta un’ossessione particolarmente pressante per la società bianconera dopo le diverse amarezze in finale (per inciso, chi scrive è juventino dai tempi di Baggio e Schillaci), un’ossessione da raggiungere a tutti i costi. Anche a chi non ha uno sguardo cristiano, per cui l’unico e vero fine è la conquista – per l’eternità – del Paradiso, dovrebbe risultare evidente che le ossessioni non sono una buona cosa e non inducono a scelte oculate. Nello specifico questo disordine sfocia nell’idolatria, un peccato contro il primo comandamento: «C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. Non potete servire a Dio e a mammona, dice Gesù (Mt 6, 24)» (CCC 2113).

Ronaldo è l’idolo di carne per arrivare all’«idolo di latta», la Coppa dalle grandi orecchie, effimera come ogni idolo. Ora, ok tifare per la propria squadra, lamentarsi con la tv quando viene eliminata, avere il campione preferito, applaudire un gol spettacolare, ma est modus in rebus, locuzione che si traduce con la virtù cardinale della temperanza. Per il suo fine terreno – l’«idolo di latta» – la Juve ha stanziato una cifra che suscita scandalo, alimenta il senso di ingiustizia, anche in rapporto alla retribuzione monstre garantita a CR7, il quale esigeva un innalzamento del suo già spropositato stipendio (non si eccepisce il fatto che guadagni più di Nacho, De Sciglio o dei molti umili dipendenti dei due club, ma anche qui est modus in rebus: i suoi 60 milioni lordi annui corrispondono a 3.000 stipendi lordi anni di livello medio-basso), come a ulteriore motivo di sfida con il suo rivale, Lionel Messi. Un altro esempio negativo pubblico, il desiderio della roba d’altri: «Il decimo comandamento proibisce l’avidità e il desiderio di appropriarsi senza misura dei beni terreni; vieta la cupidigia sregolata, generata dalla smodata brama delle ricchezze e del potere in esse insito» (CCC 2536).

Da parte sua, poi, la Juve ha fatto un uso spregiudicato del denaro, imprudente, e non è difficile prevedere che sarà fonte di squilibri e conflitti all’interno dello stesso club torinese (oltre a quelli interni alla Exor, la holding controllante, come dimostrano le proteste di alcuni operai della Fiat), perché i 31 milioni annui netti di Ronaldo saranno il metro di paragone per i prossimi rinnovi contrattuali o nuovi acquisti, specie quando si tratterà di altre «primedonne». Il fatto che si tratti di passaggio e accumulo di denaro privato non risolve il problema morale.

Insegna ancora la Dottrina sociale della Chiesa: «I beni, anche se legittimamente posseduti, mantengono sempre una destinazione universale; è immorale ogni forma di indebita accumulazione, perché in aperto contrasto con la destinazione universale assegnata da Dio Creatore a tutti i beni. La salvezza cristiana, infatti, è una liberazione integrale dell’uomo, liberazione dal bisogno, ma anche rispetto al possesso stesso: L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede (1 Tm 6, 10). I Padri della Chiesa insistono sulla necessità della conversione e della trasformazione delle coscienze dei credenti, più che su esigenze di cambiamento delle strutture sociali e politiche del loro tempo, sollecitando chi svolge un’attività economica e possiede beni a considerarsi amministratori di quanto Dio gli ha affidato» (Compendio della DSC, 328).


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