lunedì 19 agosto 2019
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NEWS 13 ottobre 2014    
Divorzio e “risposati”. Di ambiguità  e di opinionismo teologico alla fine si perisce. Parola di teologo

In un articolato e denso intervento, mons. Antonio Livi ha di recente messo brillantemente a nudo le troppo ambiguità e le poche (cattive) certezze che contraddistinguono i nemici della Verità che da sempre anima la Chiesa Cattolica. Ecco alcuni stralci assai significativi

 

Ci sono solide ed evidenti ragioni per rassicurare quei fedeli che possono essere stati turbati da tante estemporanee e imprudenti esternazioni di alcuni teologi, sia veri (come Dionigi Tettamanzi) che presunti (come Gianfranco Ravasi), i quali si sono dichiarati convinti delle argomentazioni di Walter Kasper sulla necessità di riformare la pastorale. Io vado ripetendo a tutti di stare tranquilli, perché la fede e la speranza teologali ci assicurano dell’indefettibilità della Chiesa, garantita da Cristo stesso, e ciò vuol dire che nessuna maggioranza sinodale (e tanto meno una minoranza, per quanto vociante) finirà per imporre al papa l’autodistruzione della Chiesa, che Cristo gli ha affidato per governarla in suo nome, come suo Vicario.

Ma prima, oltre a queste considerazioni propriamente teologiche, ho voluto citare una frase del cardinale Gerhard Ludwig Müller perché serve a integrare il discorso con l’opportuno richiamo alla categoria logico-retorica del “pragmatismo”. Il pragmatismo è infatti la versione “performativa” (ossia, operativa) del relativismo, sotto la cui dittatura viviamo ufficialmente dai tempi di papa Benedetto XVI, che la denunciò vigorosamente. L’«adattamento pragmatico» di cui parla Müller consiste nell’adattare la Chiesa alle (presunte) nuove istanze dei fedeli, e anche degli infedeli, ai quali si vuol apparire dialoganti sempre e a ogni costo. Ciò implica la decisione di  mettere in soffitta il dogma, appellandosi alle sole (presunte) esigenze di azione pastorale nella liturgia, nella catechesi, nell’amministrazione dei sacramenti. Si dice infatti e si ripete che «la dottrina non viene toccata ma si affrontano le sfide della società di oggi». In altri termini, la dottrina da una parte e la pastorale dall’altra. Qualcosa come “i commenti separati dalle notizie”, come dicevano i settimanali politici di un tempo. 

Ma che cosa vuol dire in concreto, che «la dottrina resta immutata mentre la pastorale deve cambiare per adeguarsi ai tempi»? Prima ancora di discutere se questa affermazione è ortodossa, bisogna chiedersi se ha senso. La risposta che io, come studioso di logica e di filosofia del linguaggio, ritengo che si debba dare è che frasi di questo genere non hanno di per sé alcun senso.

In effetti, la pastorale è un insieme di decisioni, di iniziative, di scelte, insomma di azioni, i cui soggetti sono persone consapevoli e (si spera) responsabili. Ora, qualunque azione umana, sia di un singolo come privato sia di un singolo come rappresentante di un’istituzione, è regolata intrinsecamente – a rigor di logica, e dalla logica non si scappa – da un’intenzione, da un criterio, quindi in definitiva da dei principi, dunque da una dottrina. Di conseguenza, quando certi teologi e anche certi ecclesiastici con autorità episcopale dicono che cercano soluzioni “pastorali” diverse da quelle che la Chiesa ha adottato finora, e aggiungono che però non intendono cambiare la dottrina, dicono una cosa assolutamente illogica, una cosa che essi vorrebbero fosse presa per buona (ossia, come un’ipotesi plausibile) da parte del pubblico al quale si rivolgono, ma che loro per primi sanno che non ha alcun senso. In realtà quelle frasi sono mera retorica, una cortina fumogena che serva a nascondere i veri obiettivi, i fini reali dei cambiamenti che si vogliono attuare.

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