giovedì 21 marzo 2019
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NEWS 18 luglio 2018    di Giulia Tanel
La nuova ricerca sulla Sindone è scientificamente limitata

In questi giorni è uscito un nuovo studio sulla sacra Sindone, a firma di Luigi Garlaschelli, chimico del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap), e di Matteo Borrini, antropologo forense dell’Università di Liverpool, e pubblicato sul Journal of Forensic Sciences. Studio peraltro già abbozzato nel 2014, senza grande fortuna da parte della critica scientifica. Eppure, i media non hanno perso l’occasione per rilanciare la notizia con titoli sensazionalistici quali “Ricerca su Sindone, almeno metà delle macchie sono false” (Ansa) o “Sindone, una parte delle macchie di sangue è falsa” (La Repubblica).

Il Timone ha contattato il Professor Giulio Fanti (nella foto a fianco), docente di Misure meccaniche e termiche presso l’Università di Padova nonché esperto di fama internazionale della sacra Sindone, per avere la sua opinione in merito.

Professor Fanti, il chimico Garlaschelli afferma – secondo quanto riporta testualmente Il Giornale – che «la quasi totalità delle macchie sulla Sindone non sono compatibili con nessuna posizione di un corpo umano, né crocifisso e né supino nel sepolcro» e addirittura afferma che «le macchie somigliano più a pennellate che a colature vere di sangue»…

«Guardi, per quanto mi riguarda il lavoro che hanno presentato Garlaschelli e Borrini è scientificamente limitato. Per giungere alle loro conclusioni, infatti, hanno ipotizzato solamente due possibili configurazioni dell’Uomo della Sindone: posto in croce, oppure supino nel sepolcro. Mancano quindi tutte le posizioni intermedie: dal momento della deposizione dalla croce, al trasporto al sepolcro… che sono proprio le posizioni che verificano la perfetta compatibilità delle macchie riportate sulla Sindone con gli eventi della Passione, Morte e Risurrezione dell’Uomo che vi fu avvolto e che per me ha certamente un nome: Gesù Cristo».

Un punto, solo per citare un esempio concreto, che ha suscitato le perplessità dei due ricercatori e che li ha portati a smentire le ipotesi fatte fino ad ora da altri scienziati interessa la macchia riportata sulla Sindone in corrispondenza della regione lombare, derivata dalla ferita al costato: sostengono infatti che questa avrebbe dovuto trovarsi più in prossimità della scapola, anziché dei reni…

«Anche qui il problema è che affrontano lo studio sindonico da un punto di vista estremamente – lo sottolineo: estremamente – limitato. Pare infatti che i due ricercatori non abbiano considerato come potrebbero essersi formate le colature di sangue. In merito ci sono due ipotesi, come verrà riportato in un articolo che uscirà a breve.

Una prima ipotesi è che il sangue fuoriuscito dal polso sia poi fluito lungo il braccio, quindi caduto dal gomito e sia andato a formate la cosiddetta “cintura di sangue”.

Una seconda ipotesi, alla quale sono più affezionato, è invece quella che durante la flagellazione Gesù fu colpito nella zona lombare e quindi in corrispondenza dei reni ci furono ferite che colarono sangue anche dopo morto. La ferita nella zona lombare giustifica quindi la produzione di questa macchia».

Quale tecnica hanno utilizzato i due ricercatori per arrivare alle loro conclusioni?

«Hanno semplicemente preso una siringa riempita con un liquido rosso che hanno fatto colare sul braccio opportunamente inclinato (vedi immagine a destra, ndr). Hanno analizzato il percorso della colatura senza considerare la possibile presenza di sudiciume attaccato alla pelle. Questo non mi sembra un metodo scientifico».

Eppure, da altri studi è emerso che la Sindone ha avvolto il corpo di un uomo torturato, recante più di 370 ferite, con anche tracce di una coronazione di spine, i segni di una crocifissione con l’inchiodatura di polsi e piedi e una ferita al costato… ci sono aggiornamenti in merito?

«Una novità interessante l’ho portata l’anno scorso negli Stati Uniti. Nell’ambito di un convegno sulla Sindone ho infatti presentato un’analisi numismatica piuttosto corposa, di circa 30 pagine, con la quale dimostravo – con il calcolo delle probabilità – che sicuramente già nel 692 d.C. il Cristo sindonico era rappresentato su delle monete bizantine, nello specifico il solido aureo e l’esagramma d’argento. Il che significa la Sindone esisteva, contrariamente al risultato radiocarbonico del 1988.

A questo si aggiunge una scoperta che ho fatto proprio questa mattina (ieri per i lettori, ndR), che ovviamente andrà verificata: analizzando le polveri aspirate della Sindone ho trovato una particella probabilmente risalente a una moneta bizantina. Per la precisione si tratta di una particella di elettro, una particolare lega di argento e oro».

Tornando alla veridicità della Sindone, Lei ha sempre affermato che la scienza non ha ancora trovato modo di smentire la tesi voluta dalla tradizione per cui la Sindone ha avvolto il corpo di Cristo. Alla luce della nuova ricerca di Garlaschelli e Borrini, la sua posizione rimane la stessa?

«Sì, certamente! Studio la Sindone da più di vent’anni e non ho trovato il minimo indizio contro la sua autenticità. Inoltre, mi sorprende questa posizione per cui la scienza dovrebbe a tutti i costi smentire qualcosa. Non è così: la scienza deve indagare … fare ricerche “goal oriented”, con un obiettivo già prefissato, non ha alcun valore scientifico, ha il solo valore di fornire “fake news”».

Vuole aggiungere qualcos’altro, in conclusione?

«Solo una cosa: Cristo è stato crocifisso duemila anni fa ma, con ricerche come quella di questi giorni, Lo stiamo crocifiggendo una seconda volta».


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