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NEWS 3 dicembre 2018    di Lorenzo Bertocchi
Perché diciamo buon Natale

Le feste di Natale sono in arrivo. Le strade sono più illuminate del solito, dai balconi penzolano improbabili babbi natale e ci sono le vacanze scolastiche. In piazza, in ufficio, nella casella di posta elettronica, è tutto uno scambiarsi auguri. Ma quali auguri?

In Olanda e Belgio hanno già risolto il problema, là ormai è prassi augurarsi semplicemente “buone feste”. Anche dalle nostre parti non mancano esempi di scuole o luoghi pubblici in cui si evita di fare il presepe perché potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno. In Belgio le vacanze scolastiche di Natale non si chiamano più così, ma sono semplicemente “vacanze invernali” (quelle di Pasqua sono “vacanze di primavera”). Nelle vie di Amsterdam o Bruxelles, ma potremmo dire anche Parigi o Londra, a Natale c’è aria di festa grazie a luci e intrattenimento, ma qualcosa è stato perso per strada.

Si potrebbero fare molte considerazioni, tuttavia basta soffermarsi su di una domanda fatta circa 2000 anni fa ad un pescatore di Galilea: «Voi chi dite che io sia?» – chiese Gesù di Nazareth. «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», rispose Pietro. Che è come dire: questo uomo è Dio. Affermazione dirompente su cui l’umanità continua a dividersi.

A quella domanda, nel corso dei secoli, si sono affaccendati in molti a rispondere, la gran parte ha cercato di ridurre Gesù di Nazareth a un grande uomo: gli illuministi ne hanno fatto un libero pensatore, i marxisti un agitatore sociale, i borghesi un moralizzatore. Tanti hanno cercato di mettere in discussione la storicità dei fatti, ma di fronte alla mole esorbitante di documenti è un’ipotesi risibile. Per cui si è cercato di farne un mito come tanti, il Cristo, il Figlio di Dio, sarebbe solo una “costruzione” postuma dei seguaci dell’uomo Gesù.Oggi in un certo senso non si nega più Dio, ma lo si relega in una definizione indistinta e spiritualista. Ciò che viene brutalmente rifiutata è proprio l’Incarnazione, la sconvolgente novità di Dio che si fa carne. Come novelli Erode si rigetta la realtà di quel bambino, concepito di Spirito Santo, che giace in una mangiatoia tra la Vergine e il giusto Giuseppe.

E allora, perché ci facciamo gli auguri a Natale? Di fronte al disincanto del nostro tempo possono far riflettere alcune parole di sant’Alfonso Maria de Liguori, l’autore della celebre “Tu scendi dalle stelle”:

«Gli uomini dopo la caduta vivevano come ciechi fra le tenebre nell’ombra della morte. (…) Dall’altra parte meditiamo l’amore infinito che Dio dimostrò in questa grande opera dell’Incarnazione del Verbo, facendo in modo che il Suo Unigenito venisse a sacrificare la Sua vita divina su di una croce, in un mare di dolori e di vituperi, per ottenere a noi il perdono e la salvezza eterna. Contemplando questo grande mistero, ognuno dovrebbe esclamare: O bontà infinita, o misericordia infinita: Dio si fa uomo per venire a morire per me!».

Una luce si è accesa in quella notte a Betlemme, una luce che illumina le tenebre del male e della morte. Quel buio che l’uomo è radicalmente incapace di rischiarare è stato trafitto. Ecco perché dire “Buon Natale” è tutt’altro di un semplice “buone feste”.


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