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NEWS 14 settembre 2018    di Ermes Dovico
Quei martiri ugandesi che parlano alla Chiesa di oggi. E possono aiutarla

C’è una storia proveniente dal cuore dell’Africa che ci parla di testimoni di Cristo davvero esemplari per i tempi che sta attraversando la Chiesa. Si tratta della storia, ricordata in questi giorni dalla versione inglese di Aleteia, dei 22 santi martiri ugandesi (canonizzati nel 1964 da Paolo VI) il cui capofila nel Martirologio è san Carlo Lwanga. La persecuzione si svolse durante il regno del giovane Mwanga II, re di Buganda (una regione dell’Uganda), che appena un anno dopo la morte del padre Muteesa – il quale per molti aveva rivelato grandi doti diplomatiche e saputo limitare l’influenza britannica – iniziò a mostrare la sua ferocia contro i cristiani, poco inclini ad assecondare le sue pulsioni omosessuali e visti come una minaccia alle tradizioni tribali. Stregoni e feticisti, preoccupati di perdere il loro potere, ebbero pure il loro ruolo nel sobillare Mwanga contro i missionari, che il re riteneva sbrigativamente meri colonizzatori.

I primi a cadere furono alcuni aiutanti del vescovo anglicano James Hannington, a sua volta fatto uccidere dal sovrano il 29 ottobre 1885, nonostante san Giuseppe Mukasa avesse cercato di dissuaderlo dal crimine. Mukasa era il prefetto della sala reale e maestro dei paggi, nonché un catechista convertitosi al cattolicesimo dopo l’arrivo in Uganda dei Padri bianchi. Allora aveva appena 25 anni e durante tutto il primo anno di regno di Mwanga aveva incoraggiato i giovani paggi a resistere alle voglie peccaminose del re, facendo di tutto per evitare che venissero abusati e pare anche rimproverando il sovrano per la sua condotta. Mwanga alla fine si stancò dell’opposizione del futuro santo, che gli obbediva fedelmente se non si trattava di violare la legge divina, e ne ordinò la decapitazione. Ebbe poi un ripensamento ma i messaggeri che dovevano recare l’ordine di sospendere l’esecuzione arrivarono quando Giuseppe Mukasa era già stato ucciso e il suo corpo ridotto in cenere. Era il 15 novembre 1885 e in quello stesso giorno un catecumeno di vent’anni, Carlo Lwanga, ricevette il Battesimo.

Lwanga venne chiamato a rimpiazzare Mukasa come prefetto della sala reale, ma anche lui rivelò la sua tempra cattolica e continuò l’opera del suo predecessore, proteggendo i paggi dai tentativi del re di abusare di loro. Si arrivò così al 25 maggio 1886 quando fu condannato a morte insieme ad altri cristiani e alcuni catecumeni, tra cui c’era il quattordicenne Kizito, il più giovane del gruppo, che fu battezzato segretamente nella notte dallo stesso Lwanga, visto il pericolo imminente. I futuri martiri vennero costretti a raggiungere Namugongo, il luogo delle esecuzioni distante 28 miglia, ma durante gli otto giorni di tragitto vennero uccisi Andrea Kaggwa, Ponziano Ngondwe, Dionigi Seebuggwawo, Atanasio Bazzekuketta, Gonzaga Gonga, Mattia Mulumba e Noè Mawaggali.

Il 3 giugno, insieme a diversi anglicani, vennero arsi vivi Carlo Lwanga e altri 12 compagni cattolici, tra cui il giovanissimo Kizito, al quale il primo aveva promesso: «Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano». Un altro di quei santi, Bruno Sserunkuuma così disse poco prima del martirio: «Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi».

L’ultima vittima tra i 22 cattolici elevati agli altari in conseguenza di questa persecuzione fu Giovanni Maria Muzeyi, servitore del re che spontaneamente professò la sua fede e per questo subì la decapitazione il 27 gennaio 1887. Per le loro storie personali, il quattordicenne Kizito e Mugagga Lubowa, che dovette resistere e opporsi ad alcuni dei più persistenti tentativi del re, sono considerati intercessori particolarmente potenti per ottenere consolazione spirituale per i sopravvissuti agli abusi, oggi come allora a carattere prevalentemente omosessuale (circa l’80% dei casi, secondo gli studi del John Jay College) e a danno soprattutto di adolescenti e giovani adulti.

Accanto alla potente intercessione, un grande esempio si può trarre da due autentiche guide, san Giuseppe Mukasa e san Carlo Lwanga. I quali, alla ben più comoda strada della corruzione morale, che magari avrebbe facilitato le loro carriere e salvato la loro pelle in terra, hanno anteposto le virtù cristiane e la protezione di quei fratelli più piccoli che erano stati affidati alle loro cure, scegliendo Dio e la sua giustizia. E sapendo che proprio Lui ci ha mostrato la via dell’amore vero con il sacrificio sulla croce.


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