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NEWS 28 ottobre 2014    
Sinodo, la diocesi di Udine si schiera contro la linea Kasper. Chapeau. E le altre 225 in Italia?
L’arcidiocesi metropolitana di Udine – Chiesa patriarcale sub-apostolica in quanto continuazione sotto altro nome dell’antichissimo patriarcato di Aquileia (la fondazione risale all’evangelista Marco discepolo di san Pietro) di cui l’arcivescovo udinese è erede, ne porta, ad es., tuttora l’abito rosso patriarchino – ha preso posizione sul tema oggetto del Sinodo ribadendo la dottrina di sempre e così sconfessando la linea Kasper-Forte.

Intervistato da Francesco Dal Mas sul settimanale diocesano La Vita Cattolica monsignor Guido Genero, vicario generale dell’arcidiocesi udinese e illustre docente presso il locale Studio teologico, ha posizionato la diocesi friulana decisamente nel campo di quanti si oppongono alla linea Kasper.

Riportiamo il testo integrale dell’intervista significativamente intitolata Speciale Sinodo. Adulteri senza Comunione:

Mons. Genero, partiamo dal tema più dibattuto in questi giorni: la comunione dei separati e dei divorziati. Sono molti a chiederla?
In verità no. Tanti, infatti, sanno di essere in situazione di peccato e nelle condizioni, magari, di non porvi rimedio, per cui neppure avanzano la richiesta di poter accedere al banchetto eucaristico. È una sofferenza, in ogni caso, che va compresa.

La comprensione fino a che punto può arrivare? Ossia, si può chiudere un occhio sulla verità, sulla dottrina?
No, se vogliamo rispettare il Vangelo ed il magistero. Ogni sacramento presuppone la freschezza del battesimo e della cresima che si acquista con la santa confessione. Anche quello dell’eucarestia. Ciò che troppo spesso si dimentica. E non soltanto da parte di chi compie adulterio, ma anche di chi bestemmia. Il sabato sera, in bar, si oltraggia Dio, la domenica, alla Messa, ci si accosta all’altare. Si compie un doppio peccato.
 
Sono norme comportamentali perfino banali, che ogni cristiano dovrebbe rispettare. Invece, appunto, si chiude un occhio, talvolta anche due. Lei parla di adulterio. Questa situazione, evidentemente di peccato, è ormai una prassi. Immaginarsi se viene confessata e, quindi, se di essa ci si pente.
Un cristiano dovrebbe farlo. Ma per riprendere il tema della comunione ai separati e ai divorziati, che è ammessa, si pone il passaggio obbligato della purificazione, quindi della confessione.

La confessione, a sua volta, presuppone la richiesta di perdono. E il perdono lo si riceve se si volta pagina, se si rinuncia alla condizione di peccato. Quindi?
Quindi un separato o un divorziato per comunicarsi ha bisogno, come qualsiasi altro peccatore, di confessarsi e se lo fa vuol dire che è disposto a cambiare vita. Questo che cosa significa? Che deve rinunciare alla convivenza che, molto probabilmente, ha in atto. Lo fa? Bene. Ritorna, da pentito, al primo vincolo, il matrimonio sacramentale (se lo ha celebrato). O ad una situazione di non vincolo.

Ma di solito non capita.
Appunto. Si pretende la comunione, e magari l’eventuale assoluzione nell’eventuale confessione, continuando nella situazione di peccato.

Nel caso del vincolo sacramentale del matrimonio la situazione si complica perché non siamo in presenza di una colpa solo personale…
Appunto. Non è il caso del peccatore che confessa una colpa solo personale e viene assolto personalmente dopo aver chiesto perdono. Il sacramento del matrimonio è un vincolo che coinvolge due persone. Ed è per questo che fin dalle pagine del Vangelo si sostiene il presupposto dell’unicità, della fedeltà e dell’indissolubilità.

In situazione di peccato si trovano anche coloro che convivono?
A rigor di logica (evangelica) sì. Anche se non hanno contratto vincolo. Ma lo dovrebbero fare.

Si è molto sentito parlare nei giorni di pre Sinodo di creatività pastorale nell’approccio con le situazioni di sofferenza?
Si è fatto cenno anche autorevolmente alla creatività. Sinceramente non capisco che cosa si intenda affermare nello specifico. Nella testimonianza del Vangelo non è possibile essere molto creativi. Gesù, ad esempio, condanna per ben cinque volte l’adulterio. Quindi da un punto di vista sacramentale non sono possibili le mediazioni. Sul piano pastorale, invece, è doverosa la vicinanza con le donne e gli uomini che si trovano in condizioni di sofferenza.

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