sabato 20 luglio 2019
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NEWS 16 giugno 2014    
Uno spot tivù del Campari ci sembra un tantino ambiguo. Ma forse ci sbagliamo noi. Forse. «Vedete» voi…
Non vorremmo apparire troppo maliziosi, malpensanti e bacchettoni, però un dubbio c’è venuto. Permetteteci di mettervene a parte.
Alla televisione, quello strumento “magico” con cui si possono fare sia cose bellissime sia cose bruttissime, passa per l’ennesima volta l’ennesimo spot pubblicitario. Ci sarà passato davanti agli occhi mille volte e mille volte non ci abbiamo fatto caso. Capita però che in una sera di tarda primavera davvero troppo calda, mentre attendiamo la ripresa della partita inaugurale dei Mondiali di calcio, quella volta diventi la volta. Insomma, per caso questa volta ci facciamo caso; e così, non solo guardiamo, ma stavolta vediamo.
 
Scorrono rapide le immagini. Un bar, dei colleghi che si ritrovano nel dopolavoro scoprendosi amici e via un giro di fresco Camparisoda per tutti. Uno spot come tanti, appunto, visto e rivisto. I fotogrammi, cuciti sapientemente assieme (dietro a tutti questi microfilmati c’è un gran lavoro di regia, sceneggiatura, costumi, trucco, etc., e in rete gira persino un video con il “Making of…”), si susseguono senza darti tempo e modo di pensare. È il messaggio quello che deve arrivare, è l’insieme che in uno spot conta. Convincerti insomma che è il Camparisoda quello che stai cercando: per dissetarti, svagarti, ricondurre la frenetica giornata che hai alle spalle a un normalità decente di relax. Compera, cioè, il Camparisoda e la vita ti sorriderà.
 
Tutto nel filmato deve condurre a questo scopo, tutto mira lì, tutto punta in quella direzione. Il resto è solo contorno, ma il contorto è davvero importante. Uno spot è accattivante se in esso visi, sguardi, gesti, figure e ambienti ti muovono verso il prodotto.
 
Ebbene, in questo spot del Camparisoda che ogni due per tre la tv ci passa, nella prima metà, fra frizzi e lazzi, compagnonate e nonchalance, una breve sequenza inserisce nella trama un attimo di vista vissuta che, nella sua apparente normalità, intende tessere l’ordito funzionale allo scopo: venderti il famoso Camparisoda come sereno e sbarazzino coronamento di una giornata finalmente tornata a ritmi umani, godibili, ricreativi.
Detta sequenza si dipana così. Il gruppetto di colleghi scopertisi amici siede al bar, ha ordinato da bere, attende la bicchierata e l’occhio cade distratto sull’esterno del locale, dove una ragazza con tacchi, short e maglietta attillata chiude bottega a fine giornata assumendo una posizione che per un microsecondo si fa sexy. Il gruppetto seduto al bar la vede, i maschi sorridono con l’aria di quelli che ne han viste tante, ma una femmina del gruppo ne è attratta, abbozza un “ooh…” malizioso cavandosi gli occhiali per vedere meglio e i predetti i maschietti, per celia, facendo il verso ai “benpensanti”, le coprono lo sguardo...
 
Ora, di solito, nel mondo, avviene il contrario. Se passa una bella ragazza, i maschi si girano e le mogli o le fidanzate s’indispettiscono; semmai sono le donne a coprire gli occhi agli uomini; al limite le donne volgono sprezzantemente o persino altezzosamente lo sguardo altrove. Ma perché nello spot è una ragazza a mettere gli occhi addosso a una ragazza, mentre i ragazzi (che censurandola ne sottolineano il gesto) la notano appena?
È solo un attino, e poi tutto nello spot scorre, come avviene sempre. Quella scena viene superata dagli eventi e il filmato approda dove deve. Però c’è, come un graffietto, un segno, magari una firma o la voglia di marcare un territorio. Ripetiamo: la scena non è fondamentale, è piuttosto defilata, nemmeno c’entra con la trama. Ma a maggior ragione: perché allora c’è? Forse perché l’inoculamento a piccole dosi quotidiane di ciò che nella vita non è normale alla fine ci avrà assuefatti tutti facendoci istintivamente accettare ciò che è anormale?
Forse. Forse, se lo spot del Camparisoda avesse volutamente insinuato in quel messaggio promozionale una scena omosessuale. Ma noi non sappiamo se è così. Forse non lo è. Forse ci siamo lasciati prendere la mano, ci siamo fatti suggestionare, abbiamo confuso quello spot con la tempesta LGBT che ci circonda. Forse. Qualcuno dovrebbe però allora spiegarci perché, in un filmatino innocuamente promozionale di un aperitivo, costato lavoro e professionalità, vi sia quella scena decontestualizzata e incomprensibile.
 
Non diremo adesso che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca perché non ci crediamo del tutto. Diremo solo che quando un fatto si verifica una volta è un caso, quando torna una seconda è una coincidenza, ma dalla terza in su comincia a diventare una prassi. Come scordare infatti lo spot Campari della serie Red Passion in cui la bellissima attrice messicana Salma Hayek attraversa un lungo corridoio dentro un vestito assai succinto raccogliendo gli sguardi languidi di chi l’ammira passare, il più languido e ammiccante di tutti essendo quello di un’altra donna? O l’altro, sempre della serie Red Passion, in cui una donna asiatica si spoglia rivelando di essere un uomo a un altro uomo che spogliandosi rivela di essere una donna? “Vedete” voi…

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