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NEWS 14 aprile 2015    
Da Assisi a Pechino, lo slancio missionario «folle» dei francescani, ben prima di Matteo Ricci

di Franco Cardini (da Il Sole 24Ore)

 

Francesco sbarcò in Egitto ma non riuscì mai a raggiungere Gerusalemme. I suoi confratelli invece si spinsero fino in Cina e fondarono la diocesi di Pechino. Che Francesco approvasse o avversasse le crociate, è uno pseudoproblema. Ai suoi tempi, la parola “crociata” non esisteva nemmeno. Vero è che ormai il grande Innocenzo III aveva già formalizzato la disciplina degli itinera e dei passagia, e che già dalla seconda metà dell’XI secolo si disponeva di documenti pontifici e di delibere conciliari che avrebbero di lì a qualche anno fornito ai decretalisti materia per la configurazione di un vero e proprio «diritto della crociata»: ma nel secondo decennio del XIII secolo esso non esisteva ancora.

Se non c’era la crociata, c’erano tuttavia i cruce signati: tutti coloro che facevano voto di accorrere in Terrasanta per liberare Gerusalemme, conquistata dai milites et peregrini nel 1099 e perduta poi nel 1187 sotto l’urto delle armate del Saladino. Il voto di assunzione della croce, formalizzato dalla Chiesa con una semplice cerimonia di assunzione delle insegne del pellegrinaggio (tra le quali la crocetta di stoffa da appuntare sulla veste), non aveva in sé nulla di guerriero, anche se i laici che ci si sottoponevano venivano autorizzati – dato il particolare scopo e in deroga alle norme ordinarie cui i pellegrini dovevano sottoporsi – a portare le armi.

Si può quindi supporre con ogni verosimiglianza che anche Francesco formulasse il voto crociato e ne ricevesse le insegne: le fonti non ne parlano in quanto era del tutto ovvio che chi si recava ad Loca Sancta osservasse tale rito. D’altronde, la disciplina pontificia vietava che in tempo di passagium si raggiungesse Gerusalemme se non per riconquistarla in armi: pertanto l’inerme Francesco – inerme, prima che per intima scelta, in quanto la sua condizione di chierico lo rendeva abhorrens a sanguine e gli vietava comunque di portarne – non vide mai la Città Santa. Ne avrebbe probabilmente, negli anni successivi e fino alla morte, custoditi in cuore il dolore e il rimpianto: l’invenzione della “Betlemme” di Greccio e lo stesso “Calvario serafico” della Verna si potrebbero interpretare come esiti sostitutivi di quel mancato viaggio.

Alla fine dell’agosto del 1219 l’esercito guidato dal nunzio pontificio cardinal Pelagio assediava la città portuale egiziana di Damietta, ma era stanco e sfiduciato anche per una dura sconfitta subìta, che Francesco – presente tra gli assedianti – aveva secondo il suo biografo Tommaso da Celano predetto e cercato di evitare. Furono quindi avviate trattative con il sultano Malek al-Kâmil il quale si mostrava abbastanza favorevole a un accordo. Francesco approfittò probabilmente della tregua per recarsi, nel settembre, presso gli accampamenti degli infedeli dai quali tornò pochi giorni più tardi. Ignoriamo totalmente che cosa sia avvenuto in quel frangente. È comunque probabile – in quanto l’episodio è richiamato anche in fonti non francescane – che l’incontro tra il frate e il sultano sia in effetti avvenuto. Le posteriori leggende fiorite al riguardo – compresa quella, molto celebre, dell’ «ordalia del fuoco» – sono ben note e dettero spunto a descrizioni tanto letterarie quanto artistiche.

L’episodio dette comunque inizio a un nuovo corso nei rapporti tra i due grandi monoteismi. Da parte francescana il missionarismo in terra d’Islam divenne col tempo un impegno e un carattere dominante, alternando momenti di ricerca del martirio a tutti i costi – che Francesco aveva mostrato già da un episodio marocchino del 1220 di disapprovare – a iniziative più costruttive. Tra queste ultime va annoverata negli Anni Quaranta del Trecento la fondazione della Custodia francescana di Terrasanta.

Ma, al di là del Vicino Oriente musulmano, si estendeva l’Asia profonda, dove la conquista mongola di Genghiz Khan e dei suoi successori da una parte preoccupava pontefici e sovrani d’Occidente, dall’altra sembrava poter offrire possibilità di conversione e magari di alleanza con i khan in funzione antimusulmana. Dalla metà del Duecento si avviarono contatti fra Europa e Asia che fruttarono inedite cognizioni geografiche e dei quali francescani e domenicani furono protagonisti.

Dopo una prima missione fallita del minorita Lorenzo di Portogallo verso l’ilkhanato di Persia, ben diverso successo conseguì un altro francescano, Giovanni di Pian del Carpine, inviato da papa Innocenzo IV nel 1245 alla capitale mongola di Karakorum. Del suo viaggio egli redasse un’importante memoria, la Historia Mongalorum.

In quegli anni anche il re di Francia Luigi IX tentò di entrare in contatto con il mondo mongolo. Il suo primo inviato fu il dotto domenicano Andrea di Longjumeau. Ma la più importante fra le missioni da lui patrocinate fu quella del francescano Guglielmo di Rubruck, il quale partito nel 1252 da Acri alla volta del Mar Nero visitò il regno mongolo dell’Orda d’Oro, nella Russia meridionale, il cui khan Sartaq godeva fama di essere filocristiano (in effetti c’erano alcune tribù mongole che erano cristiane nestoriane). Da lì il frate procedette ancora più a Oriente, fino alla corte del Gran Khan Möngka a Karakorum: vi giunse nel 1253 e rientrò in patria soltanto nel 1255. Guglielmo ci ha offerto una sorprendente memoria scritta della sua esperienza nell’Itinerarium.

Nel 1278 papa Niccolò III inviò i francescani Gerardo da Prato, Antonio da Parma, Giovanni da Sant’Agata, Andrea da Firenze e Matteo d’Arezzo con due lettere: una per l’ilkhan di Persia, una per il Gran Khan Kublai. Mèta della missione era la nuova capitale dell’impero mongolo dopo la sottomissione della Cina: Pechino.
Nel 1286 partì a quella volta un altro minorita, Giovanni da Montecorvino, che a Pechino fondò nel 1307 con il sostegno di papa Clemente V la prima diocesi. Quindi due suoi confratelli, Peregrino da Castello e Pietro di Firenze, crearono nel 1312 un’ulteriore diocesi nell’importante città portuale di Zayton (Quanzhou). Queste vicende ci sono note soprattutto attraverso l’ampio scritto di frate Odorico da Pordenone, che riecheggia a tratti quello di Marco Polo.

I successi non mancarono e diverse migliaia furono i mongoli convertiti. Tuttavia dopo la morte di Giovanni da Montecorvino, avvenuta nel 1328, la fragile compagine missionaria entrò in crisi nonostante nuovi arrivi di valenti religiosi tra cui il minorita Giovanni dei Marignolli, nuovo arcivescovo di Pechino tra il 1342 e il 1346.
Ma nel 1368 una rivolta che covava da tempo pose fine alla dinastia Yuan. Quella successiva dei Ming, rigorosamente cinese, non perdonò ai cristiani latini la benevolenza che i mongoli avevano dimostrato nei loro confronti: così ebbe fine prima esperienza cristianizzatrice occidentale. Quando due secoli circa più tardi giunsero i nuovi missionari gesuiti di quella lontana presenza cattolica francescana restava ormai solo un vago ricordo.

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