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Esselunga, la forza di quello spot è la rivincita dell’ovvio
NEWS 29 Settembre 2023    di Massimiliano Fiorin

Esselunga, la forza di quello spot è la rivincita dell’ovvio

Le verità indicibili sono come certe infezioni. Più a lungo rimangono nascoste, e più suppurano e fanno male quando vengono allo scoperto. Se riguardano fatti rilevanti per il vivere civile, provocano a lungo dolori atroci in larghi strati della popolazione. Ma solo quando vengono svelate – spesso per caso, o grazie all’innocenza di qualche bambino che dice che l’imperatore è nudo – si scopre che esistevano già da anni, o addirittura da decenni. A quel punto, i media, gli esperti e le tribune dei social non perdono tempo per dire la loro, con pareri talvolta sensati, ma assai più spesso da mani nei capelli.

È quello che è successo con lo spot della bambina che al supermercato compera la pesca per il suo papà. Nessuno se lo aspettava, ma l’intuizione dei pubblicitari dell’Esselunga ha rappresentato la rivincita dell’ovvio. Le reazioni scomposte che il cortometraggio ha suscitato – talvolta di esecrazione, in altri casi di giubilo, ma quasi sempre di critica – sono state indice di quanto il nostro sistema delle separazioni e dei divorzi si fondi sulla rimozione di una verità tanto essenziale quanto misconosciuta.

Un’evidenza della quale non si può parlare apertamente, anche se la sua negazione continua a essere pagata cara da tutti. E cioè, detto in parole semplici, che i figli non vorrebbero mai la separazione dei loro genitori. Mai. Non la vorrebbero nemmeno quando gli stessi sono conflittuali tra loro o – come si dice oggi – gravemente disfunzionali. Per i figli è sempre meglio che i propri genitori rimangano insieme, anche nelle condizioni di una famiglia imperfetta (come lo sono tutte), piuttosto che venire esposti alle conseguenze del loro divorzio.

Da sempre, nella grande maggioranza dei casi, le separazioni coniugali sono pronunciate dai tribunali in forma consensuale e per semplice incompatibilità di carattere. Vale a dire che raramente esse dipendono da situazioni di grave pregiudizio. La realtà ci insegna che alla base della rottura di una coppia vi è quasi sempre l’egoistico desiderio di uno dei due, o di entrambi, di rifarsi una vita. Anche se farlo notare significa sfidare un altro tabù. Dal punto di vista di un avvocato familiarista, che i dolorosi processi delle separazioni e dei divorzi li conosce non certo per sentito dire, il filmato presenta diversi livelli di lettura.

Tutti interessanti, anche se sconfortanti per come rivelano il baratro nel quale la nostra società è caduta. Il primo livello è quello ideologico. È il terreno dei fautori della distruzione della famiglia naturale. Quelli che hanno abbattuto l’ideale del Mulino Bianco, e a suo tempo hanno costretto la Barilla a fare autodafé, per evitare il rischio di venire travolta dalle conseguenze economiche di un boicottaggio. Agli occhi della lobby lgbt-ecc. uno spot come quello del quale stiamo parlando – che ha riproposto in modo quasi sfacciato il valore della famiglia eterosessuale, unita e con figli – deve avere rappresentato un affronto insopportabile.

Inevitabilmente, è subito partita la contraerea, per cui Esselunga è tornata sul banco degli imputati. Purtroppo, non si possono escludere per il prossimo futuro penose ritrattazioni o nuovi cortometraggi di riparazione. Ma perché tanto scandalo?  In effetti, per aggredire ideologicamente l’idea di quella che, oltretutto, è un’agenzia pubblicitaria internazionale – quindi non certo un’espressione di italico provincialismo – è necessario attaccarsi più a quello che la storia non dice, rispetto a quello che si vede.

E così, ecco le insinuazioni riguardo al fatto che la mamma dello spot è stata discriminata, in quanto sarebbe sembrata più colpevole della separazione rispetto al marito. Per non parlare dell’immancabile rilievo sullo sfruttamento pubblicitario dei minori. O dell’ipocrisia tipica del politicamente corretto, per cui mettere in scena il dolore di una bambina sarebbe una mancanza di rispetto per quello di centinaia di migliaia di sue coetanee. Fino ad arrivare al riflesso condizionato di chi si è semplicemente messo a urlare contro le famiglie che rovinano i bambini, ovvero ha protestato che non devono essere i figli a decidere sul destino di una coppia, e così via ideologizzando. C’è stato persino chi, nonostante le sue pretese competenze, di fronte alla disarmante verità mostrata dallo spot non ha saputo far altro che gettare la palla in tribuna, dissertando, su ispirazione di una blogger, sugli accenti corretti con i quali si devono nominare le pesche.

Vi è poi – e talvolta, nella fattispecie, è stata pure peggio – la lettura degli addetti ai lavori. Cioè, di quel gigantesco carrozzone di giuristi, mediatori, consulenti e psicologi assortiti, che quotidianamente vive della fabbrica delle separazioni e dei divorzi. Inutile negare che anche chi scrive ne faccia parte, e quindi lo conosca bene, per quanto da molto tempo in esso cerchi di salvare il salvabile del buonsenso. Per gran parte di questi operatori, il divorzio altrui è una ragione di vita, e non solo una esigenza economica. Per loro si tratta quindi di giustificare il proprio operato, che consiste nel cercare di convincere i giudici di quello che sarebbe il “preminente interesse del minore”, su cui tutto il sistema si fonda.

Tra costoro, solo i più onesti intellettualmente hanno capito che il suddetto interesse del minore rappresenta né più né meno che un’araba fenice. Ognuno lo tira da una parte o dall’altra, in modo da renderlo adeguato alle esigenze – se non proprio alle voglie – dell’uno dell’altro genitore. Ma di per sé, l’unico vero e preminente interesse del minore sarebbe che i suoi genitori non si separassero. Proprio quello che sta tanto scandalizzando, per via dello spot Esselunga,la quale ce lo ha rimesso sotto gli occhi.

I magistrati delle separazioni e dei divorzi da tempo si rifiutano di decidere, e delegano ogni scelta sull’affidamento dei figli dei separati ai loro consulenti d’ufficio. Questi sono sempre psichiatri o psicologi, e utilizzano come criterio decisionale costruzioni retoriche che immancabilmente si giustificano con l’autorità di “la scienza“. Quello stesso idolo che abbiamo già ampiamente veduto all’opera negli ultimi anni di pandemia. Per gli operatori di questo livello, la critica più diffusa è che non spetta ai bambini decidere sulla separazione dei genitori. C’è da crederci, perché si tratta di scelte che essi vorrebbero riservate esclusivamente a loro. Decidendo per l’appunto in nome de “la scienza”, senza troppi riguardi per quello che veramente i bambini vorrebbero.

C’è poi un ulteriore livello di lettura. Quello confacente al modo di pensare del ceto medio divorzista. A differenza della famiglia separata dello spot della pesca Esselunga, esso non vive abitualmente nelle ZTL. Tuttavia, è perfettamente adeguato alla narrazione dominante proposta dagli “esperti”. Si tratta di un ceto al quale è stato inculcato, talvolta ossessivamente, che separarsi dal partner non sia – o meglio, non debba mai essere – un dramma esistenziale, bensì l’espressione del trionfo di sacrosanti diritti di libertà.

A queste persone è stato raccontato, senza arrossire di vergogna, che quando una coppia entra in crisi separarsi sarebbe sempre la scelta migliore anche per i figli stessi. Sarebbe sempre meglio così, piuttosto che esporre i bambini allo spettacolo delle continue tensioni, litigi e incomprensioni tra i genitori. Ma si tratta di una sesquipedale bugia, motivata solo dalla necessità di giustificare l’egoismo degli adulti. È l’ennesima inversione del senso comune, per cui nella nostra società liquida, e in quanto tale informe, oggi non sono più i genitori a doversi preoccupare della serenità dei figli, ma sono questi ultimi a dover garantire la serenità dei genitori.

D’altronde, è interessante notare che i due genitori dello spot della pesca, a ben vedere, tra di loro non litigano né se le mandano a dire per mezzo della figlia. Anzi, appaiono entrambi molto tranquilli, anche se evidentemente imbarazzati. Sulle prime, per chi non conosce certe situazioni, può essere complicato capire perché la loro rappresentazione stia provocando tanta insofferenza nel pubblico progressista. Ma lo si può facilmente spiegare: si tratta semplicemente di una gigantesca coda di paglia.

Esiste infatti anche un livello inferiore, che è quello delle tribune dei social, in cui ognuno si dilunga nelle sue considerazioni su chi sarà stato il soggetto maggiormente colpevole della separazione. Sarà stata la mamma, che appare sostanzialmente fredda e anaffettiva? Oppure il papà, che nel filmato sembra tanto tenero e ragionevole ma sotto sotto sarà stato il solito egoista, e alla figlia non pagherà nemmeno gli assegni di mantenimento? Le risposte variano a seconda del vissuto e del livello culturale al quale appartiene il commentatore. Resta tuttavia il fatto che, rispetto a un dramma epocale come quello della disgregazione della famiglia, le idee più radicate – e le uniche ad avere diritto di cittadinanza nel pubblico dibattito – sono quelle di un conformismo che si nutre di interessi economici enormi.

Tra i tanti aspetti paradossali suscitati dal cortometraggio dell’Esselunga, ve ne è uno particolarmente agrodolce. Specie se osservato, ancora una volta, con gli occhi dell’avvocato familiarista. Sono decenni che gli operatori specializzati, dei quali dicevamo prima, cercano di convincerci che il “preminente interesse del minore” consisterebbe nel raggiungimento dell’ideale della cosiddetta “separazione tra persone civili”. Quelle, cioè, che sono perfettamente consapevoli di stare incarnando un ideale di libertà e di progresso, e quindi mantengono al minimo la conflittualità tra di loro.

Si tratta di quel tipo di genitori che si mostrano perfettamente disponibili ad adeguarsi alla situazione. Al punto di non protestare nemmeno per i nuovi compagni di lei o di lui, anche quando finiscono per sostituirli nella convivenza con i figli. Ovviamente, questi genitori sono impeccabili sia nel pagamento dei contributi di mantenimento che nel comportamento verso i figli, ai quali fanno accettare la separazione senza mai recriminare nulla contro l’altro genitore. Ma proprio per questo, come non notare che si tratta esattamente dell’atteggiamento dei due genitori raccontati nello spot Esselunga?

A farci caso, la mamma può apparire inizialmente un po’ sgradevole, perché si perde la figlia nel supermercato, ma poi non appena la ritrova la sgrida dolcemente senza alcuna scenata. La fa ragionare sulla sua preoccupazione, e poi le compera la pesca senza fiatare. Appena arrivata a casa, gioca con lei e la fa ridere di gusto. Quando il papà suona il campanello non dice nemmeno una mezza parola di ostilità nei suoi confronti. Anzi, si preoccupa che la bambina si prepari e scenda in fretta. Il padre, dal canto suo, rispetta a sua volta il manuale del perfetto padre separato. Rimane ad aspettare in strada, saluta con la mano, non recrimina, non cerca di imporsi. Nonostante che, secondo quel che normalmente accade, la casa dove vivono madre e figlia sia stata anche la sua. E non debba essere nemmeno costata poco, considerato che si tratta di un appartamento signorile di Milano città. Quando il papà riceve dalla bambina il regalo della pesca, rimane sorpreso ma recupera immediatamente la situazione. E subito rassicura la figlia, dicendole che ringrazierà anche la mamma.

Insomma, nel modo di fare di entrambi i genitori dello spot non si vede nulla che tradisca rancore, ostilità o desiderio di vendetta. Quei due incarnano esattamente l’ideale che si pretende dai genitori separati dei nostri giorni. E allora perché tante polemiche? Che cosa si sarebbe preteso di diverso da loro? La realtà è che il cortometraggio dell’Esselunga ha mostrato senza veli tutta la nostalgia che non soltanto i figli, ma anche i genitori, provano per l’ideale di una famiglia unita che sappia rimanere unita. Quella che, secondo i sociologi, rimane il desiderio della stragrande maggioranza della popolazione. E basta questo perché sui media, sui social e tra gli addetti ai lavori si siano scatenate l’ipocrisia e la malafede che reggono tutto il sistema divorzista. Troppo orrore per una bambina così sola e triste. (Foto: Youtube/Facebook)

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