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Il suicidio dell’Occidente
NEWS 31 Gennaio 2024    di Alfredo Mantovano

Il suicidio dell’Occidente

Per gentile concessione del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio pubblichiamo l’intervento che ha tenuto oggi al convegno “Il suicidio dell’Occidente” presso il chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva presso il Senato della Repubblica. 

 

«Il suicidio dell’Occidente non è espressione nuova: la usò una quindicina di anni fa Roger Scruton come titolo per un suo libro. Più di recente – con una variante, Suicidio occidentale – l’ha ripresa, per una pubblicazione, Federico Rampini, mentre – se intendiamo restare nell’area concettuale, non solo terminologica, di una civiltà che sta scomparendo – è trascorso oltre un secolo dall’uscita dell’opera di Oswald Spengler Il Tramonto dell’Occidente.

“Suicidio” è parola più efficace di “tramonto” per qualificare la volontarietà dell’autolesionismo di una civiltà. Lo sottolinea Luciano Violante, in un suo recente intervento: oggi «la morte si presenta come ragionevole alternativa alla vita, anche fuori dei casi di gravi intollerabili patologie»; Violante ricorda una ricerca del maggio 2023, secondo cui in Canada, parte qualificata dell’Occidente, il 28% dei cittadini consentirebbero a una richiesta di suicidio assistito se proveniente da una persona senza dimora, e il 27% se l’unico motivo di afflizione fosse la povertà, senza alcuna malattia in corso.

In Olanda si è passati dalle 2000 eutanasie praticate nel 2002 alle 10.000 di oggi, anche sui bambini. In Italia, come confermano le cronache delle ultime settimane, esistono le basi culturali, giuridiche e politiche per percorrere la strada della morte a richiesta: il dibattito è concentrato non già su come affiancare e aiutare il disagio del paziente o dell’anziano (ciò a cui inizia a provvedere la recente legge sugli anziani), ma su come garantirgli di porre fine alla propria esistenza. La morte viene prospettata quale soluzione obbligata per uscire dalla solitudine collettiva nella quale siamo immersi.

Non sono un filosofo, come il presidente Pera, né un teologo, come il card. Bagnasco. Ho trascorso gran parte della mia vita a fare il giudice penale. Poiché nel penale il fatto è centrale, vorrei partire, e far ruotare le mie riflessioni, da un fatto concreto, accaduto poche settimane fa in Inghilterra: la vicenda di Indi Gregory. Non la ripercorro nel dettaglio, è conosciuta da tutti voi, ma comincio con elencarne i protagonisti, come nella locandina di una tragica rappresentazione teatrale: Indi, appunto, una bambina nata il 24 febbraio 2023, affetta da una seria patologia mitocondriale; la sua famiglia, composta dai genitori, Dean e Claire, e da due sorelle più grandi di lei; i medici del Queen’s medical center, l’ospedale dove la piccola era ricoverata, che hanno deciso non soltanto che Indi non dovesse ricevere più alcuna cura ma che, oltre che da loro, lei non potesse averla da nessuno, i giudici di varie corti britanniche, ai quali i genitori di Indi si sono rivolti perché fosse garantita la salute e il mantenimento in vita della figlia, l’opinione pubblica e i media, il governo italiano e un importante ospedale della S. Sede che ha sede in Italia, il Bambin Gesù.

Chi è, anzi chi era, Indi, la protagonista centrale? Un malato terminale, nei cui confronti ogni trattamento sanitario sarebbe stato sproporzionato? Il dato obiettivo non permette di dire, come qualcuno in Italia ha sostenuto, che fosse un caso di “accanimento terapeutico”. Era una disabile, affetta da una patologia per la quale ancora non esiste una terapia convenzionale efficace: in grado di interagire con chi la avvicinava – per es. stringendo con la manina il dito della mamma o dell’infermiera -, come hanno mostrato tanti video che la ritraggono.

Qui apro una parentesi, per avvicinarmi al tema del nostro incontro. L’Occidente è stato descritto come la sintesi fra la filosofia greca, che ruota attorno all’uomo, il diritto romano, centrato sulla realtà dell’essere, e il personalismo cristiano; la prima conseguenza di questa sintesi è la considerazione della persona come unica e irripetibile: è uno dei pilastri della cultura occidentale.

È stata la civiltà occidentale ad aver superato la visione dell’uomo, propria di tanti imperi pre cristiani, quale parte di un meccanismo, da scartare se è inidoneo a contribuire al successo di una collettività. Ma questa visione è stata nuovamente ribaltata con l’irruzione del darwinismo nelle scienze sociali, e col conseguente ingresso di una scienza biologica, che è diventata dottrina politica, e che ha teso a cambiare radicalmente la condizione umana in una prospettiva di selezione artificiale dei più adatti al progresso della società.

L’eugenetica sociale fondata sull’evoluzionismo ritiene che per garantire il progresso autentico è necessario prevenire la riproduzione dei soggetti inadatti, degli unfit. Tra la fine del XIX sec. e l’inizio del XX l’ideologia eugenetica si è sviluppata parallelamente in Germania e in area anglosassone. Non è rimasta allo stadio teorico: nel 1927 negli USA ebbe notevole rilievo la sentenza della Corte Suprema – i giudici sono da sempre centrali in queste vicende – che ritenne rientrante nei poteri di polizia dello Stato (nella specie la South Virginia) la sterilizzazione forzata di una giovane donna, Carrie Buck, della quale era stata accertata una maturità inferiore a quella effettiva. Per la cronaca la bimba avuta da Carrie prima della sterilizzazione, Vivian, frequentò poi brillantemente la scuola. Quando si parla di eugenetica imposta per legge o per sentenza si pensa alla Germania nazionalsocialista: ma fino alla fine degli anni 1930 negli USA sono state compiute legalmente circa 20.000 sterilizzazioni forzose.

Non è stato necessario attendere l’avvento del nazismo per assistere al diffondersi di correnti ideologiche eugenetiche. Altri Stati europei, come la Svezia nel 1934, introdussero leggi di sterilizzazione dei malati di mente e delle persone mentalmente disturbate.

I frutti più coerenti della politica biologica di derivazione darwinistica furono però l’eutanasia e il sostegno attivo al suicidio. Le tappe di questa espansione ideologica e delle sue ricadute normative sono bn descritte nel volume Il diritto” di  essere uccisi: verso la morte del diritto?, edito da Giappichelli, curato dal prof. Mauro Ronco e dal Centro studi Livatino. Il libro è interessante perché consente di cogliere radici non recenti, che elaborano già dalla seconda metà del XIX secolo categorie quali quelle delle vite senza valore, delle vite non degne di essere vissute.

Il nesso fra l’eugenetica evoluzionistica e l’eutanasia è sempre stato evidente, non solo sul piano teorico. Il 12 novembre 1915 in un ospedale di Chicago avviene un episodio che costituisce uno spartiacque nel passaggio da misure eugenetiche preventive ad atti propriamente eutanasici. Una donna di nome Anna Bollinger partorisce un bambino. L’ostetrica avverte il capo dello staff di chirurgia dell’ospedale che il piccolo presentava una serie di anomalie, anzitutto una ostruzione anale. Il medico, Harry Haiselden rifiuta di costruire artificialmente un’apertura anale al bambino, e lo lascia morire, pur potendolo salvare, perché quello era “il miglior interesse” del neonato: sarebbe sopravvissuto, ma sarebbe stato infelice.

Nei due decenni successivi negli Usa il tema dell’eutanasia si concentra non tanto sul dolore insopportabile o sull’autodeterminazione del paziente, ma sul valore della vita di soggetti deboli mentalmente o malformati: costoro sono visti come una minaccia dalla quale la società deve difendersi.

Lo sterminio nazionalsocialista di tanti disabili ha fortemente rallentato la strada verso l’eutanasia intrapresa nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale all’interno di non poche democrazie occidentali, a cominciare dagli Usa, e ha provocato il passaggio da una motivazione eugenetica di derivazione darwinista alla rivendicazione del diritto a morire come diritto di libertà. Non si parla più di mercy killing, bensì di living will, che verrà introdotto in quasi tutti i Paesi occidentali.

La prima legge eutanasica negli Usa è quella dello Stato dell’Oregon, a seguito di un referendum favorevole tenuto nel 1994, che permetteva ai medici di uccidere con droghe letali i pazienti che manifestavano intenti suicidiari. Nello stesso periodo leggi eutanasiche sono state introdotte in Belgio, in Olanda e in Lussemburgo: è storia dei nostri giorni, fino al famigerato protocollo di Groningen, una serie di criteri per autorizzare a uccidere i neonati gravemente menomati, concordato dall’Università con la locale Procura, e varato nel 2005 quali linee-guida dall’Associazione olandese per le cure pediatriche.

Torno a Indi e provo a chiarire la ragione della digressione appena compiuta. I medici inglesi l’hanno ritenuta unfit, e – come già accaduto per casi analoghi, da Charlie Gard ad Alfie Evans – hanno sancito che le risorse del loro ospedale non dovessero andare “sprecate” per lei. Non hanno in alcun modo tentato di sottoporla a cure sperimentali, nonostante i recenti progressi scientifici nel campo delle patologie mitocondriali.

Sulla scena della tragedia entrano allora due ulteriori protagonisti: i genitori di Indi. Ho avuto la fortuna di conoscerli personalmente, ricevendoli a Palazzo Chigi poco prima di Natale insieme con le altre due bambine: sono persone semplici, non medici né giuristi. Quello che hanno fatto per la loro ultima figlia è stato non rassegnarsi a una decisione di morte di cui all’evidenza non coglievano alcuna ragione.

Si sono scontrati col ceto sanitario e con i giudici: i quali – come già accaduto per casi analoghi, da Charlie Gard ad Alfie Evans – hanno respinto le loro istanze. Lo hanno fatto i giudici inglesi, e poi la Corte europea per i diritti dell’uomo, adita anch’essa.

Anche qui, come per i medici, non accade per caso. Ho ricordato prima come negli Usa, e in più d’una nazione Europa, la legittimazione della deriva eutanasica è avvenuta per sentenza, poi per protocolli, quasi mai passando per le scelte dei Parlamenti. In tutto l’Occidente il superamento della norma di legge da parte del giudice è diventata prassi consueta. L’“invenzione del diritto”, per riprendere il titolo del libro di un ex presidente della Corte costituzionale italiana, è ormai una categoria ideologica e una forma di controllo delle scelte della politica.

Vi è un’ulteriore domanda: medici e giudici negano le cure nell’ospedale dove la bambina era ricoverata; ma perché impedire che lei fosse curata altrove? L’alternativa era stata prospettata in concreto da due altri attori intervenuti sulla scena: il governo italiano che – come già accaduto nel 2018 per Alfie Evans – ha riconosciuto la cittadinanza italiana a Indi per permettere alla nostra rappresentanza consolare in Uk di interloquire con medici e giudici inglesi, e l’ospedale Bambin Gesù che, esaminati i dati clinici della piccola, si è reso disponibile ad accoglierla.

La resistenza dei genitori di Indi, e l’iniziativa della presidente Meloni e del Consiglio dei ministri non hanno salvato la vita della piccola: Indi, privata anche del respiratore, è morta la notte del 13 novembre 2023. Ma resistenza e iniziativa non sono state vane.

In tutte le tragedie vi è un coro. In Uk all’inizio esso è mancato: i media britannici hanno quasi del tutto ignorato il caso, quelli italiani ne hanno parlato a seguito dei passi operati dal governo. Per paradosso una vicenda consumata in Inghilterra ha avuto un rimbalzo mediatico in Italia, e ha fatto aprire un dibattito oltre Manica; un gruppo di medici operanti in Uk ha chiesto a che serve una ricerca scientifica avanzata – e sappiamo tutti che lì è fra le più avanzate al mondo -, se poi i suoi esiti non sono calati proprio per affrontare i casi più difficili e sfidanti. E ha aggiunto che, pur se le terapie per la grave malattia che affliggeva Indi non erano ancora disponibili, comunque vi erano delle proposte sperimentali, e quindi il suo mantenimento in vita avrebbe permesso di guadagnare tempo, e di incentivare studi mirati di ricerca.

Che si apra una crepa in un muro ideologico che appariva intangibile è un passo che è stato reso possibile dall’amore di un padre e di una madre per la propria figlia, e dalla scelta politica di un governo nazionale orientato alla vita: segno che ci sono vari modi per non condividere la deriva suicidiaria dell’Occidente.

Certo, l’azione di un governo non basta. La battaglia è anzitutto culturale e pre-politica, e quindi deve muoversi sul terreno dell’elaborazione scientifica, filosofica e giuridica: senza farsi intimorire dalla desertificazione intervenuta soprattutto negli ultimi anni, ma considerando questo deserto parte della sfida da raccogliere. Lo stop alla proposta di legge regionale eutanasica in Veneto è l’esito di una mobilitazione culturale e di un lavoro che hanno privilegiato l’argomentazione ragionevole al semplicismo ideologico.

Vorrei essere chiaro, al limite della rozzezza. La sfida da raccogliere è quella di non demordere nonostante l’irrilevanza di quel che rimane del popolo cattolico italiano, e comunque di un popolo antropologicamente ben orientato; nonostante la difficoltà che esso ha di trovare guide al suo interno; nonostante il drastico abbassamento del suo profilo. Sono trascorsi 20 anni dall’approvazione della legge n. 40/2004, che ha posto ragionevoli argini alla fecondazione artificiale: quella legge è stata poi stravolta dalla giurisprudenza, ma il suo varo aveva mostrato la capacità di quel popolo, e di chi lo rappresentava, di giocare in attacco, e di non limitarsi a una pur importante opera di interdizione di proposte ostili.

Che cosa è accaduto in vent’anni a quel popolo, che era anche riuscito nel 2005 a vincere il referendum abrogativo, per ridursi a frangia marginale, nemmeno riconoscibile? Certo, gli spunti disorientanti si moltiplicano, e non risparmiano il recinto ecclesiale. Non compete a me parlare di recenti documenti che hanno generato lo sconcerto di intere conferenze episcopali, in primis quelle africane, le più esposte al martirio e alla testimonianza.

Pongo solo un quesito, limitandomi al dibattito italiano sull’eutanasia: ma possibile che con tanti organismi, accademie e atenei di area ecclesiale, cui sono demandate l’elaborazione culturale e la riflessione anche giuridica, questo mondo non è riuscito a dire nulla sulla vicenda di Indi? Possibile che sull’argomento l’ultima frontiera su cui attestarsi – la sola proposta che viene avanzata – sembra essere la trasposizione in legge della sentenza della Corte costituzionale del 2019? possibile che questo mondo non sottoponga, come è doveroso, il percorso argomentativo di quella sentenza a necessario vaglio critico, per cogliere le anomalie che non pochi commentatori hanno rilevato? e per cercare strade diverse rispetto a questa rincorsa senza fine verso l’eutanasia fra pronunce giurisprudenziali e leggi dello Stato?

Vi è una espressione cara all’attuale Pontefice: «non esistono i vescovi-pilota». Che cosa vuol dire? Che per le questione sociali e politiche la responsabilità all’interno della Chiesa è tutta dei laici. Non mancano sul punto gli insegnamenti: abbondano fra i documenti del Concilio Vaticano II. La confusione da parte delle guide non può trasformarsi in un alibi: non ci sono altri che assumono le responsabilità che toccano a noi.

I genitori di Indi non hanno atteso che qualcuno ricordasse loro il magistero ecclesiale sulla vita per difendere con tutta la loro forza la loro piccola. Il loro sacrificio ha portato alla loro conversione, tanto che hanno chiesto e ricevuto il battesimo. L’Occidente nasce dalla conversione dei popoli e dal loro battesimo. La nostra storia e la nostra fede si fondano sul sacrificio di un bambino: qualche settimana fa, facendo il presepe, lo abbiamo ricordato. Giorgia Meloni e il governo italiano non hanno ricevuto sollecitazioni da nessuno per dar loro una mano; siamo pronti a darla, per quello che si può, a chiunque lavori per la vita, purché avvenga con intelligenza, senza ridursi a slogan o a provocazioni. Poco, non basta, ma dice qualcosa: che non condividiamo la prospettiva del suicidio.

Nel Signore degli anelli il re Théoden esce dal torpore, si riprende, grazie all’intervento di Gandalf, che smaschera Vermilinguo e lo rivela per quello che era: uno strisciante servitore di Saruman. Dopo quest’aiuto il Re fu soprannominato Ednew, che vuol dire “rinato”. Seguendo i consigli di Gandalf, Théoden decide di affrontare le forze di Saruman, e vince.

Il torpore che assale il re è il simbolo dell’accidia di chi è dalla parte giusta, ma resta fermo. Il nostro mondo è popolato da persone “buone” che dormono, dai non pochi Theoden, privi – talora per propria volontà – delle forze necessarie per combattere il male: su di essi paiono prevalere gli epigoni di Saruman e di Vermilinguo, che operano a tutti i livelli, in politica, nel mondo del diritto e in quello della medicina.

Qualche settimana fa la parte di Galdalf l’ha assunta una bimba di sette mesi: quella sua piccola mano protesa verso chi le stava intorno ha fatto uscire tanti dal torpore e ha convinto che l’alternativa al suicidio esiste, ed è un’azione responsabile e di sacrificio. Il nostro sacrificio, non soltanto quello di Indi e dei suoi genitori.

Perché questo è giusto fare. E questo, con l’aiuto di Dio, faremo».

(Le note al testo presenti nel documento originale sono state eliminate dalla redazione)

(Fonte foto: Imagoeconomica)


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