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NEWS 16 Gennaio 2024    di Manuela Antonacci

La morte di Giovanna Pedretti e quella regolata sui social (che dovremmo darci tutti)

Un terribile episodio di cronaca nera divenuto un vero e proprio caso mediatico che vede al centro la vicenda della 59enne Giovanna Pedretti, la ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano trovata morta domenica scorsa, nelle acque del Lambro. La pista investigativa privilegiata è quella del suicidio, a causa di una sorta di gogna mediatica subita dalla donna, sui social in questo periodo (che tuttavia si sta ancora verificando).

Infatti, almeno da un’indagine iniziale non risulterebbero evidenti problemi economici che potrebbero giustificare il disperato gesto: l’attività gestita dalla donna, infatti, sarebbe una piccola pizzeria, senza grandi pretese, con una clientela affezionata, che aveva superato la crisi del covid e che Giovanna Pedretti si vantava di gestire alla perfezione. Un elemento che lascia pensare, tuttavia, è l’ assenza di biglietti d’addio che spieghino i motivi del suicidio. Proprio quest’ultimo elemento lascerebbe ipotizzare un gesto non premeditato. Anzi forse «innescato» da una serie di attacchi subiti in questi giorni sui social dopo un’incredibile polemica su una recensione firmata da un cliente che si lamentava per aver mangiato nella pizzeria della signora accanto ad un tavolo a cui erano seduti gay e disabili.

Alle critiche, Pedretti avrebbe risposto difendendo a spada tratta i suoi clienti, al punto che in breve tempo, sarebbe diventata un’eroina nazionale. Ma si sa, che nella realtà virtuale tutto è amplificato e le informazioni viaggiano alla velocità della luce, per cui la cinquantanovenne, in brevissimo tempo, sarebbe passata a rappresentare di colpo, un esempio negativo, a causa di una seria di internauti che avrebbero scorto in quella recensione una vera e propria montatura ad arte, per farsi pubblicità, non facendosi scrupolo, questa l’accusa che ha mosso il pubblico linciaggio, della sofferenza altrui. Addirittura la donna sarebbe stata anche interrogata dai carabinieri, prefigurandosi niente meno che un reato di istigazione all’odio.

Certo è che questa vicenda, ancora in fase di verifica, quanto meno fa riflettere sulla leggerezza con cui, oggi, si condannano o si assolvono le persone, spesso arrivando anche a distruggere l’altrui vita, ma fa riflettere anche sulla superficialità con cui autoconferendosi patenti di “tuttologi” si sparano giudizi ai quattro venti su questioni sulle quali ci si è fatta un’idea superficiale, spesso limitandosi a leggere solo i titoli degli articoli. Tutto  questo, però, contribuisce spesso, a creare un ambiente emotivo di condanna o di assoluzione che non corrisponde necessariamente alla verità dei fatti, solo per la smania di commentare a tutti i costi. Forse un po’ più di prudenza e un po’ più di umiltà non guasterebbe. Anzi, potrebbe rivelarsi – letteralmente – una questione vitale. (Fonte foto: Screenshot Rai Youtube)

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