lunedì 15 luglio 2024
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Nicolas d’Hueppe: «Sono stato come morto per 53 minuti, ma Dio mi ha salvato»
NEWS 24 Giugno 2024    di Paola Belletti

Nicolas d’Hueppe: «Sono stato come morto per 53 minuti, ma Dio mi ha salvato»

«Dio non è venuto a prendermi sul ciglio della strada per niente: risvegliare le coscienze e aprire i cuori è probabilmente la missione che mi ha affidato». Queste parole sono di Nicolas D’Hueppe, imprenditore francese di successo che ci sta mettendo una vita  – la seconda – per scoprire la sua vera identità e il modo più autentico di stare al mondo. Dio non lo ha solo preso sul ciglio della strada: prima ce lo ha messo, ha lasciato che ci corresse per chilometri e chilometri, primeggiando, ha lasciato che costruisse la sua vita secondo il modello che aveva imparato, secondo la matrice della pianificazione e del controllo, in nome della “sacra” performance. Tutto era prestazione, tutto era esercizio delle proprie facoltà, ottimizzazione delle energie, raggiungimento di obiettivi, anche la sua bella famiglia (una moglie, 4 figli ancora piccoli).

Ad un certo punto, Dio, lo ha lasciato cadere. Era in bicicletta, da solo, e il suo cuore ha smesso di battere. Per 53 minuti non ha ripreso la sua attività, eppure Nicolas D’Hueppe non è morto e non ha riportato danni troppo gravi. Perché sempre lo stesso Dio, su quella strada, aveva messo altri tre ciclisti, due vigili del fuoco e un medico: si sono fermati e lo hanno salvato. Il medico ha praticato per oltre 25 minuti il massaggio cardiaco, permettendo ai suoi organi di ricevere il minimo necessario di ossigenazione per non incorrere in danni irreversibili, gli altri hanno chiamato i soccorsi e la famiglia. Da quel momento Nicolas è stato tenuto in vita da altri, sostenuto nella trama dell’esistenza da fili che non aveva intrecciato lui, ricondotto ai suoi affetti più cari da una mano diversa dalla propria.

Il bello è che in realtà la vita funziona sempre così, scoprirà Nicolas, anche mentre siamo tutti concentrati a travasare ogni attività e obiettivo in caselle di excel, a forziamo la vita in mappe, processi e flussi. E ci scordiamo l’amore o non lo viviamo secondo l’ordine che esige. La storia di quest’uomo, che lui stesso ha raccontato nel libro 53 minuti: sopravvivere e rinascere (originale: 53 minutes: Survivre et renaître – Allary Editions, 2024) , è talmente bella che vien voglia di benedire ogni suo inciampo, tutta la sua ostinazione, la sua ingenua arroganza e soprattutto l’umiltà con la quale egli stesso scopre l’illusione nella quale ha vissuto e ne dà una limpida testimonianza. Pulita, senza fronzoli, al riparo da ogni rischio di semplificazione o esaltazione agiografica. Dio c’entra eccome, ma con Dio si lotta, si esce segnati e quel segno che ti lascia zoppo e indebolito è una benedizione.

Non è bastato l’arresto cardiaco di quasi un’ora a trasformare Nicolas; non è stata sufficiente nemmeno la lunga, faticosa e a tratti umiliante riabilitazione necessaria per recuperare ogni capacità – parlare, mettere un piede davanti all’altro, scrivere, pedalare; non sono bastati i successivi incidenti con relativi traumi, né la prima ondata di depressione che gli rendeva impossibile uscire dal letto dove non riusciva a far altro che piangere. Nicolas voleva solo tornare ad essere come prima, credeva che sarebbe stata anche questa volta solo questione di impegno, volontà, controllo. Fino a che la cornice entro la quale era abituato a vedere e a forzare la propria vita non si è rotta.

E il disegno ha cominciato a svelarsi per quello che è: riscopre piano piano – e non senza dolore – cosa costituisce davvero la vita, quanto la presunta potenza umana sia relativa e quanta bellezza ci si perda leggendo il tempo a nostra disposizione, i talenti e persino le altre persone solo come mezzi per raggiungere il successo.  Come racconta Tamara Magaram in un articolo su Maddyness, Nicolas ha potuto ricominciare a vivere quando ha riconosciuto come essenziali la fragilità e la vulnerabilità umane, e ha imparato che ci compie e ci appaga di più imparare l’abbandono anziché esercitare il controllo. Forse, per la prima volta, ha potuto finalmente riposarsi, pur in un percorso impegnativo e pieno di sfide:

«Nicolas d’Hueppe afferra gradualmente ciò che rende la sua condizione primaria, quella che è la sorte della specie umana: il fragile, il vulnerabile, la debolezza. È riuscendo a cogliere questa nozione, superando questo sentimento di onnipotenza così necessario alla facoltà di intraprendere, che inizia un vero percorso iniziatico. Nel suo libro, vediamo questo passaggio che lui stesso ha vissuto, una sorta di uscita dalla caverna, in cui vediamo solo ombre proiettate, è il passaggio dall’illusione alla vita, quello di un uomo che però viveva nella fede, una fede cerebrale come dice, senza capire veramente i messaggi di questi testi, a quello di un uomo che sperimenta attraverso la carne e il cuore ciò in cui credeva nel profondo di se stesso».

In una ricca intervista visibile su YouTube Nicolas D’Hueppe racconta con generosità la sua storia e offre a quanti lo ascolteranno l’occasione di imparare una cosa che vale in ogni esistenza; e impararlo senza dover passare da una batteria di prove come la sua non è così male. Ciò che soprattutto l’incidente gli ha insegnato è che Dio si rivolge principalmente al nostro cuore e lui, prima di allora, prima che cuore e cervello fossero i soli due organi mantenuti “svegli” durante il coma indotto, non ne era capace.

La sua fede era quasi tutta cerebrale e analitica: «La prova dell’incidente ha trasportato questa Fede dal cervello al cuore. Dio può parlare al cervello ma si indirizza innanzitutto e prioritariamente al cuore, e io non sapevo ascoltarlo», racconta nel suo libro testimonianza. Nelle prove più dure, prosegue Nicolas nel suo racconto, Dio offre la speranza e la consolazione che ogni sofferenza, anche la più dura, avrà una fine. Non possiamo controllare nulla, solo restare sull’onda del presente che si forma ora sotto i nostri piedi. Non siamo noi a increspare l’oceano, ma la bella notizia è che chi se ne occupa è nostro Padre e ci ama. Non a caso, chiude così l’intervista Nicolas, la frase “non abbiate paura” è la citazione biblica che ha più a cuore. Il suo cuore convalescente, non più di quello di tutti noi. (Fonte foto: Screenshot, BFM Business, YouTube)

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