venerdì 23 febbraio 2024
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NEWS 19 Dicembre 2023    di Manuela Antonacci

Pandoro Balocco, dietrofront Ferragni: «Darò 1 milione di euro, ho sbagliato». Ma dai

Sarà stato l’armo cromista di Cenerentola a suggerire a Chiara Ferragni il maglioncino grigio effetto infeltrito, con due tasconi ai lati del petto, con cui si presenta, in questi giorni, nel reel del suo profilo Instagram, in cui cerca di spiegare, tirando su col naso ogni due per tre, il pasticciaccio dell’ormai noto affaire Balocco che costerà 1 milione di euro di multa a due società a lei riconducibili, la Fenice e la TBS Crew per “pubblicità ingannevole a scopo di lucro” e gli esposti del Codacons in ben 104 procure italiane per aver tratto in inganno i consumatori, in realtà sia stata tutta una questione di “comunicazione”. Un po’ come quando in coppia si scoprono le corna e si rimanda tutto all’ “incomprensione reciproca” (che nell’epoca della “sovra comunicazione è un concetto che fa sempre “tendenza” e sembra ormai socialmente accettato).

Problemi di comunicazione non ne ha sicuramente l’Antitrust che, invece, scrive a chiare lettere che le società della Ferragni «hanno fatto intendere ai consumatori che acquistando il pandoro “griffato” Ferragni avrebbero contribuito a una donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino. La donazione, di 50 mila euro, era stata invece già effettuata dalla sola Balocco mesi prima». In tutto ciò il marito dell’imprenditrice digitale aveva anche annunciato ricorsi, eppure, subito dopo è seguito il mea culpa della Blonde Salad in versione “piccola fiammiferaia” con tanto di codino tirato, sul suo profilo instagram che dichiara di voler “chiedere scusa e dare concretezza a questo mio gesto”.

E in cosa consisterebbe il gesto di riparazione? «Devolverò un milione di euro al Regina Margherita per sostenere le cure dei bambini e voglio farlo pubblicamente perché mi sono resa conto di aver fatto un errore di comunicazione», di cui farà “tesoro in futuro”, giura, «separando qualsiasi attività di beneficenza dalle attività commerciali, perché anche se il fine ultimo è buono, se non c’è stato un controllo sufficiente sulla comunicazione si possono generare equivoci». Così promette anche che, se il multone dell’Antitrust dovesse essere inferiore al milione di euro, la differenza si aggiungerà al milione che donerà in beneficenza.

Eppure il nuovo stile dimesso della mordace “blonde salad” non deve aver colpito nel segno nemmeno i suoi fedelissimi, se in queste ore migliaia di follower la stanno abbandonando . Anzi, persino sotto i suoi vecchi post le critiche non mancano da “Pensati truffatrice” a “Tra quanto il post vittimistico per distogliere l’attenzione?” passando per “Gesto infame” fino a “Ti stimavo come persona ora non più”. Ma il dato più triste al di là del fatto specifico, rimane il fenomeno degli “influencer” che senza né arte né parte spopolano sulla rete come nuovi guru credendo e lasciando credere di poter dispensare lezioni di vita anche sui temi più delicati, dalle questioni morali a quelle di bioetica, campi in cui la preparazione non si improvvisa e giù col martellamento mediatico ad hoc su unioni civili, aborto, eutanasia e chi più ne ha più ne metta perché si sa, pecunia non olet.

Infatti il passaparola degli influencer che dispensano dritte di ogni tipo in una sorta di ostentazione ideologica che si accompagna allo sfarzo sbattuto in faccia ai poveri seguaci, è ben monetizzato, mentre i “consumatori” ricoprono un ruolo totalmente passivo a meno che l’essere una sicura piattaforma di guadagno di questi vipponi non venga considerato un ruolo attivo. Quindi ad essere truffaldino è il ruolo stesso degli influencer in qualunque modo si coniughi, perché la monetizzazione di esso ne inficia già di per sé l’autenticità.

Inoltre, l’illusoria facilità di guadagno attraverso foto e video studiati ad hoc abbassano le aspirazioni più nobili nei più giovani, che per essere realizzate richiedono tempo e sudore. Per non parlare poi dei confronti sociali a cui sono particolarmente sensibili i giovanissimi e che inevitabilmente rispetto all’ “effetto Instagram” di certe vite generano inevitabili complessi di inferiorità. Insomma, “quid iuvat”? Ma la domanda di fondo che sembra non voler trovare risposta è: «Abbiamo veramente bisogno di influencer?» (Fonte foto: screenshot Instagram)

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