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NEWS 23 aprile 2015    
Parla Mario Trematore, il pompiere che nel 1997 salvà la Sindone dal fuoco.  «Ho capito che Gesù è la via».

di Alberto Di Giglio

 

Nel 1993, per restaurare la Cappella della Sindone, il Sacro telo fu spostato dalla sua custodia abituale in una teca blindata. Ma nella notte fra l’11 e il 12 aprile 1997, quando i lavori erano al termine, nella cappella esplode un devastante incendio, con una colonna di fuoco alta 25 metri.
Arrivano i pompieri, il momento è drammatico. Uno dei più prestigiosi capolavori del barocco, opera mirabile di Guarino Guarini, sta per essere divorato dal fuoco distruttore. La Sindone è minacciata da un reale pericolo: la temperatura interna è molto alta e spezzoni di materiale incandescente cadono sul coro dove è custodita la reliquia.

Compromessa ogni possibilità di aprire il meccanismo della teca, uno dei vigili decide di frantumarla con una mazza. I cristalli a prova di proiettile cominciano a frantumarsi sotto i possenti colpi. Dopo una quindicina di interminabili minuti, all’1.30 di quella notte, la Sindone è salva. Mario Trematore, l’eroico vigile, esce con i suoi colleghi trasportando a braccia l’involucro.
Il cardinale Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino, pochi giorni dopo dichiarò: «L’incendio ha bruciato tutto quello che trovava, tranne quel lenzuolo di lino. Ciò ha dimostrato l’intervento miracoloso della Provvidenza, che non ha permesso fosse scalfita la Sindone ed ha lanciato un messaggio di speranza».

 

Cosa rappresenta la Sindone per lei oggi?

«Mi è difficile dare una risposta, in quanto ciò che rappresenta non può tradursi in qualcosa di spiegabile con le parole. La ragione non può spiegare il mistero. Può solo viverlo come atto di fede. Però posso dire che la Sindone rappresenta per me il mio compagno di viaggio in questa vita terrena. Dopo l’incendio mi sono posto tante domande: chi ero in quel momento? Un pazzo spericolato? Un eroe? Un esibizionista a caccia di gloria? No. Semplicemente un uomo disposto a rischiare la propria vita quando ne vale la pena. Per salvare un altro essere umano, per salvare valori dell’arte e della cultura, per salvare simboli sacri di qualsiasi religione».

Da quella esperienza so che è nato un cammino spirituale. Ce ne vuole parlare?

«I segni della passione lasciati impressi su quel lenzuolo rimandano a Gesù. Lui ha scelto la via dell’umiltà e del servizio, anzi, Lui in persona è questa via. Il Maestro ha tracciato quella strada duemila anni fa e io, dopo quell’incontro così misterioso e drammatico, provo a seguirla, pur rimanendo un peccatore. In questi anni ho fondato due piccoli gruppi, uno a Torino e l’altro a Bari, dal nome Il Mandylion (in greco antico significa “telo”: con questo nome la tradizione orientale indica la Sindone, ndr). Ci riuniamo una volta al mese, con la guida spirituale di Adrian Hancu, sacerdote cattolico di rito bizantino, e di Giampietro Casiraghi, missionario della Consolata e docente universitario di Paleografia latina. Tocchiamo molti temi spirituali, dalla preghiera alla concretizzazione dell’amore divino. Al termine di ogni incontro ci fermiamo per condividere il cibo preparato da ciascuno di noi e per donare un’offerta da destinare ai più bisognosi».

 

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