venerdì 22 ottobre 2021
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«Save the Children» sponsorizza l’aborto e «Avvenire» ci passa sopra. Chiedi anche tu «Perchè?»

Save The Children è una organizzazione nota, una Ong con status consultivo al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. L’ultima “fatica” di Save the Children è il rapporto intitolato Nati per morire di cui nei giorni scorsi hanno abbondantemente parlato un po’ tutti i giornali, compresi quelli cattolici come il quotidiano della CEI Avvenire.

In quel rapporto Save the Children denuncia e documenta il fatto che ogni anno 6,3 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono, e che tra questi 2,8 milioni sono addirittura neonati. Un’ecatombe, una tragedia. Di questo nei giorni scorsi hanno abbondantemente parlato un po’ tutti i giornali, compresi quelli cattolici come il quotidiano della CEI Avvenire. Ciò di cui però nei giorni scorsi non hanno parlato i giornali, compresi quelli cattolici come il quotidiano della CEI Avvenire, è che nel rapporto Nati per morire di Save the Childen vengono proposte alcune soluzioni al problema tra cui la famosa e famigerata “pianificazione familiare”. Ovvero l’accesso libero e totale alla contraccezione e all’aborto.

Insomma, Save the Children dice che per ridurre l’alto numero di bambini che muoiono ogni anno nel mondo basta che i bambini non nascano affatto: impedendo che vengano concepiti o sopprimendoli prima che, venendo alla luce, gonfino le statistiche. Menomale che si chiama Save the Children…

Quel che Nati per moire intende lo si comprende del resto bene per esempio a pagina 23: «Sono Stati come la Danimarca e la Norvegia quelli in vetta alla classifica. […] Presentano in genere una bassa prevalenza di gravidanze adolescenziali; nonostante casi di malnutrizione, la denutrizione cronica risulta pressoché assente; i sistemi di welfare consentono, per la maggior parte dei casi, un più facile accesso ai servizi sanitari di base. Risulta più agevole anche l’accesso ai servizi di pianificazione familiare, alle informazioni su eventuali rischi che possono incorrere nel corso della gravidanza e sulle corrette misure per affrontarla in salute».

Ora, la Danimarca portata a modello da Save the Children è il Paese in cui dal 2004 il governo favorisce al massimo il ricorso gratuito alle diagnosi prenatali allo scopo d’identificare i nascituri “difettosi” ed eliminarli con l’aborto nel ben reclamizzato obiettivo di diventare il primo e per ora l’unico Paese al mondo «Down Syndrome Free». Come a suo tempo ha ricordato Gianfranco Amato sul quotidiano della CEI Avvenire, «esiste anche una data entro cui realizzare il sogno: il 2030». Agghiacciante allora che lo stesso quotidiano della CEI Avvenire apra la recensione di Nati per morire così: «Se un neonato apre gli occhi alla vita in Danimarca è possibile, anzi quasi certo, che crescerà sano e vedrà l’età adulta. Se lo stesso neonato viene al mondo in Somalia probabilmente morirà prima dei 5 anni».

Ma Nati per morire di Save the Children prosegue e a pagina 30 ribadisce: «Dove la disuguaglianza di genere è ancora profonda, la donna non ha pieno accesso alle risorse o pieno potere decisionale su scelte legate ad esempio all’istruzione o alla sua salute riproduttiva. Dove invece il gender gap è meno rilevante, è più alta l’attenzione nei confronti della scolarizzazione della popolazione femminile, è più facile l’accesso ai servizi di salute riproduttiva e la possibilità di scelta in ambito lavorativo». A pagina 34 Nati per morire prende persino a insistere, con tanto di neretti: «Una lezione che questi 14 anni hanno insegnato è che evitare le morti di mamme e bambini non è solo combattere il fenomeno, ma anche prevenirlo. La relazione, messa in evidenza dall’Indice, tra salute materna e infantile si traduce infatti anche nell’educare adolescenti e mamme alla salute sessuale e riproduttiva e prepararle, per evitare eventuali problemi, nel periodo precedente, contestuale e successivo alla gravidanza; garantire in altre parole, il continuum of care, e cioè l’assistenza di base continuativa. Si tratta di un “percorso sanitario” che si articola nelle diverse fasi di vita della donna per poi snodarsi in interventi mirati alla salute della mamma e a quella del piccolo quando viene al mondo». È il “medicalese”, la lingua che piace ai media perché regala patenti di “scientificità” anche ai praticoni del taglia-e-incolla, ma tradotto in italiano corrente significa sempre e solo contraccezione e aborto.

Del resto non è che Save the Children ne faccia mistero; basta frequentarne il sito Internet o parlare con qualcuno di questi suoi attivisti che girano nelle nostre città domandando una firma in calce a un certo documento o la mano mano al portafogli per sostenere una certa iniziativa. A chi scrive è capitato almeno due volte in altrettante città italiane: è capitato di essere avvicinato da rappresentanti di Save the Children i quali, richiesti di un giudizio sull’aborto, hanno risposto elusivamente “non è un nostro tema”…

Ebbene, perché mai allora il quotidiano della CEI Avvenire non si distingue affatto dal resto dei giornali italiani che con spolvero e abbondanza di righi hanno recensito Nati per morire, denunciando il fatto che Nati per morire e l’ente suo autore, Save the Children, sponsorizzano contraccezione e aborto? Tra coloro che se lo domandano un po’ preoccupati vi è l’associazione Generazione Voglio Vivere, che all’uopo lancia una raccolta online di firme per chiedere un chiarimento al direttore del quotidiano della CEI Avvenire.