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«Tutti colpevoli di femminicidio». Quell’attacco ai maschi che non fa bene a nessuno (donne in primis)
NEWS 20 Novembre 2023    di Matteo Carnieletto

«Tutti colpevoli di femminicidio». Quell’attacco ai maschi che non fa bene a nessuno (donne in primis)

No, non siamo tutti colpevoli come una certa stampa vorrebbe farci credere. Ad ammazzare brutalmente la povera Giulia Cecchettin è stato, solo ed esclusivamente, Filippo Turetta. Un criminale. Un bruto. Un omicida. E noi uomini non siamo nemmeno tutti malati, come ha scritto Michele Serra su La Repubblica commentando l’omicidio della ragazza. Il colpevole non è il patriarcato o, più in generale, l’uomo in quanto tale. Turetta, lui e lui soltanto, è il carnefice di questa storia. Dobbiamo dirlo con chiarezza, prima di iniziare a colpevolizzarci senza alcun motivo e, così facendo, danneggiare ancora di più le generazioni che verranno. Anzi, dobbiamo fare di più: dire che essere uomo è bello e che la virilità, parola che oggi ci fa un po’ sorridere ma che ha un significato profondo, rappresenta un valore che bisogna custodire e non condannare.

Virilità infatti significa incarnare quelle qualità che rendono uomo l’uomo e che possono essere condensate in una sola parola: proteggere.  È triste vedere su La Repubblica un elenco di uomini, più o meno noti, che si dicono colpevoli dell’omicidio di Giulia. È una menzogna, frutto di un’ideologia che vuole colpevolizzare l’uomo a tutti i costi e alla quale ci si sottomette molto spesso per convenienza. È l’ennesima bugia che dobbiamo sorbirci, quando dovremmo invece solamente provare pietà di fronte a una ragazza brutalmente uccisa. Come abbiamo detto, noi uomini non siamo complici di questo omicidio. Né di quelli che, purtroppo, lo hanno preceduto. Il che non significa che non rabbrividiamo di fronte alla fine di Giulia.

Anzi: per ore siamo rimasti incollati al telefono cercando di avere notizie su di lei. Abbiamo sperato come se fosse nostra sorella o nostra figlia. Poi, ci siamo arresi di fronte all’evidenza: Turetta l’ha ammazzata con venti coltellate e poi ha gettato via il suo corpo, come se non valesse nulla. Noi, come uomini, non ci sentiamo dei serial killer perché, semplicemente, non lo siamo. Ognuno di noi sa ciò è che. E ciò che desidera diventare. Sa quali sono i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza. E oggi ci sentiamo traditi da Turetta e dai suoi predecessori. È come se qualcuno all’interno del tuo battaglione (le femministe perdoneranno questo paragone) ti tradisse. Ma come? Non dovevamo combattere insieme?

Non dovevamo essere alleati? Non dovevamo sacrificarci per un bene più grande? No, evidentemente. E questo semplicemente perché le mele marce ci sono ovunque, indipendentemente dal loro sesso. Come è possibile un omicidio così orribile? Basterebbe parlare di peccato originale per spiegare perché l’uomo può cedere al male ed essere così egoista da togliere la vita a qualcun altro solo perché rifiutato. O citare San Paolo, che si chiedeva come mai faceva il male che non voleva senza riuscire a fare il bene a cui aspirava. Ma se proprio dobbiamo parlare di noi uomini – come fa bene il nuovo libro del Timone, Maschio bianco etero e cattolico -, ecco che forse siamo costretti a ribaltare tutti i luoghi comuni di un certo pensiero progressista e dire che la violenza maschile sta aumentando perché, dopo il ‘68, gli uomini hanno sempre meno parte nell’educazione dei figli.

Basta citare alcuni dati. Dalla fine della Seconda guerra mondiale abbiamo perso il 40% di tempo da passare coi nostri figli a causa degli impegni di lavoro. Ma non solo: i bambini, soprattutto maschi, cresciuti in una famiglia di separati, dove di fatto il padre è assente, hanno più possibilità di sviluppare problemi psichici e compiere reati. Sarebbe quindi necessaria più famiglia, con una figura maschile buona, per frenare questo tipo di reati. Anche perché sono proprio i padri a insegnare il senso del limite ai figli. A dire che certe cose vanno fatte e altre no. “Perché lo dico io”. Che significa: perché lo dico io che ti voglio bene. Sono i padri a insegnare ai figli ad accettare le ferite che provengono dagli altri. Perché la virilità buona è proprio questa: accettare su di sé le ferite che farebbero male agli altri. È una forma di generosità che implica coraggio. E capacità di soffrire per un bene più grande: il bene altrui (Fonte foto: Screenshot Rai, YouTube)

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