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Wilma De Angelis: «Grata al Padre Eterno, per me la fede è sempre stata molto importante»
NEWS 9 Gennaio 2024    di Samuele Pinna

Wilma De Angelis: «Grata al Padre Eterno, per me la fede è sempre stata molto importante»

Da un’idea di don Samuele Pinna ha preso vita “Dietro le quinte”, una rubrica senza periodicità che vuole incontrare quei personaggi importanti che lavorano per il bene e non sempre appaiono in prima fila, ma appunto sono spesso “dietro le quinte”. Dopo la prima puntata – che ha visto protagonista il nuovo Vicario episcopale per la zona pastorale di Milano, monsignor Giuseppe Vegezzi -, e la seconda – con la signora Maria Amata Vasaturo in Pedersoli -, oggi pubblichiamo la terza.

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Solare: forse non ci sono altri termini per descrivere con un unico aggettivo Wilma De Angelis, perché nonostante le difficoltà presenti in ogni vita, alla fin fine l’ultima parola è di speranza: «Sono stata una donna molto fortunata, il Padre Eterno mi ha dato tanto, tutto quello che desideravo avere, e anche ciò che mi è servito per far star bene le persone che mi sono state vicine. Adesso purtroppo – e questa cosa mi dispiace molto – sono un po’ crollata fisicamente, ma ho un sacco di anni! E anche di questo devo ringraziare il Padre Eterno, perché ho novantatré anni! Cosa posso pretendere di più alla mia età?».

Certo, l’essere anziani con gli acciacchi del tempo e la perdita delle persone care possono abbattere in un quotidiano attraversato da diverse fatiche: «Io dico sempre che la vita ti dà da una parte e ti toglie dall’altra; è una regola». E appare questa la norma che ha accompagnato la lunga carriera dell’artista milanese, incominciata prestissimo. È il 1943 quando ottiene il suo primo riconoscimento pubblico: «Ho iniziato a cantare da piccolina, mi incantava la musica, mi piacevano le canzoni, imparavo tutto a memoria. Ho vinto un concorso a tredici anni – e allora significava essere ancora bambini –: mi esibivo con le calzettine e il fiocco in testa! Mi sono, inoltre, aggiudicata un altro concorso e sono passata in una compagnia di ragazzini e ci sono rimasta quattro anni fino a che non ero più una bimba, perché ero ormai cresciuta».

Intanto il conflitto mondiale si era concluso, e – mi viene ricordato – rimaneva «la voglia di fare qualcosa di diverso da parte di tutti». Quel dare e prendere dell’esistenza si susseguono fin da subito nel cammino della nascente stella della musica: «Da giovane ho avuto un problema polmonare, perché non avevo avuto la necessaria alimentazione durante la guerra. Pur essendo guarita, mi aveva lasciato uno strascico, per cui ho dovuto fare vita sanatoriale per qualche anno. Quando mi sono ristabilita del tutto, il dottore mi ha detto: “Adesso puoi ricominciare a cantare, anzi ti farà bene perché sviluppi i polmoni”, e così ho fatto!». È stata «la passione e la tanta voglia di fare qualcosa di concreto» a consentirle di realizzare il sogno di poter vivere grazie alla sua passione per il canto.

È stato, però, necessario un tempo di apprendimento e di preparazione: «Passavo le mie giornate in Galleria del Corso, nelle Edizioni Musicali, perché c’erano i Maestri che insegnavano le canzoni, e in tal modo riuscii a imparare un piccolo repertorio, entrando nel giro della musica e ci sono rimasta per parecchio tempo…». Non è una sana gavetta a consentire di maturare nella professione? «Adesso sono bravissimi, cantano benissimo, aiutati magari dai mezzi meccanici, che noi non avevamo. Ai miei tempi se tu non eri intonato, non avevi una voce passabile e non avevi un certo carisma potevi startene a casa… queste doti che il Padre Eterno ti aveva dato le dovevi sfruttare nel modo migliore».

Sollecito: era un altro mondo? «Sì, completamente un altro mondo, perché era un mondo magico il nostro, magico per tutti noi. Abbiamo assistito alla nascita della televisione, dov’eravamo in pochi, perché il mezzo televisivo era all’epoca per pochi, ma che sapevano esibirsi». Wilma sorride con quel suo fare radioso, capace di scaldare il cuore, per poi proseguire nel narrare le sue personali vicende: «Dopo i primi successi da piccola, passo per passo, continuavo a cantare perlopiù nelle balere o nei luoghi di ritrovo dell’epoca, pur non essendo vetrine importanti. Eppure, a mano a mano che crescevo, cresceva anche la necessità di avanzare». L’occasione si presenta quando entra a far parte di un complesso capeggiato dal fisarmonicista Peppino Principe, già famoso, e con strumentisti che sarebbero diventati importanti: «Nel 1956, Peppino mi propose una tournée a Milano Marittima. Accettai e fu la prima volta che mi pagarono moltissimo, tanto da rimare allibita, perché in due mesi di lavoro guadagnai ottomila lire per sera. Mio padre mi disse: “Guarda che hai capito male, non è possibile!”».

Il successo meritato finalmente arriva, senza tradire l’onestà di chi continua a essere umile: «Mi piaceva tutto, ma amavo il jazz, pur non conoscendo l’inglese. Fui iscritta a un concorso che si svolgeva a Boario Terme. Andai e vinsi! Proponevo tre canzoni che a pappagallo copiavo dai dischi delle cantanti inglesi, francesi e americane dell’epoca, e mi spacciavano per reginetta del jazz… questa era la realtà!». La vittoria conseguita smosse un po’ le acque, tanto che il maestro Walter Malgoni, «che – mi viene riferito – aveva scritto dei bei pezzi per Fred Bongusto», le fece incidere un disco con quattro suoi brani di stili diversi che dovevano servire a pubblicizzare il nome del compositore: «La cosa comica è che sulla copertina del disco, che era un 45 giri, c’era la sua fotografia e la scritta “Walter Malgoni presenta…”, e sotto in piccolo piccolo: “Canta Wilma De Angelis”. Pensai: “Peccato, però almeno il mio nome è scritto!”. Il Maestro, tuttavia, mi disse: “Non ti preoccupare perché l’anno prossimo ci sarà Wilma De Angelis in grande e Walter Malgoni in piccolo”. Ed è davvero successo!».

Da qui, il contratto con la casa discografica Philips (che produceva in Olanda, ma stampava i dischi in Italia) e nel 1959 il debutto al Festival: «Non fu facile il percorso, però tutto sommato non fu neppure così difficile, perché mi trovai coinvolta sempre in queste cose positive e in avanzamenti di carriera. Ricordo quando mi proposero di andare a Sanremo e i miei genitori erano increduli. Presentai sei canzoni e passarono tutte, tanto che mi chiamò l’avvocato Caiaffa (all’epoca l’organizzatore della kermesse musicale) e mi chiese quale dei pezzi volessi cantare. Mi ricordo che gli risposi con santa ingenuità: “Faccia lei… cosa le piace?”. Decise per Nessuno che cantai in coppia con la Betty Curtis e Per Tutta la Vita proposta insieme a Jula De Palma. Ecco com’è partita la mia storia che poi è durata per decenni. Questi sono stati i miei inizi!».

Per arrivare al successo, il sostegno dei genitori è stato fondamentale e non è venuto mai meno, ma la regola del dare e avere succitata ha segnato anche questo passaggio: «Il papà, è morto nel 1960, quando a Sanremo sono arrivata terza cantando in coppia a Joe Sentieri con il brano Quando vien la sera. Poverino era malato, ma non sembrava tanto grave. Era stato un periodo bello: avevamo cambiato casa, lui era strafelice, e la sera che arrivai sul podio al Teatro Ariston mi disse: “Sono qua, spaccherei il televisore dalla gioia!”. E, purtroppo, il 10 maggio successivo è mancato. La mia mamma, invece, mi ha tenuto vicino e ho voluto pure io starle accanto per tutti gli anni a seguire, fino al ’74 quando l’ho persa. Ho rinunciato anche a sposarmi, perché non avevo trovato la persona davvero giusta, ma nel 1994 ho conosciuto un uomo meraviglioso, che era vedovo con un figlio, con il quale non ho vissuto volutamente insieme, ma ci siamo fatti tanta, tanta compagnia, e se adesso ci penso e ne parlo mi viene da piangere, perché se n’è andato a causa di una grave malattia».

Gioie e dolori e una costante nel percorso artistico della donna che davanti a me sprigiona una giovanile energia: l’umiltà, indice di chi è grande per davvero. Lo si evince anche dall’attenzione verso il pubblico: «Ho sempre avuto un rispetto enorme per tutta la gente – mi dice accorata Wilma –, perché in fondo ho sempre pensato: “Se ho avuto quello che ho avuto lo devo a loro!”. Sono felice se mi riconoscono ancora per strada, e non mi permetterei mai di fare la diva. Figurati se mi do o davo delle arie, non l’ho mai fatto anche quando ero più famosa. Infatti, chi mi incontra spesso mi dice: “Che bello! Lei non si dà delle arie!”. E io rispondo sempre: “Ma delle arie per cosa? Perché ho avuto la fortuna che lei magari non ha avuto e che sicuramente è dieci volte meglio di me?!”. Grazie al Cielo, sto ancora godendo di cose che non so se merito. Il rispetto che ho quindi per le persone ha fatto sì che fosse assurdo che mi dessi delle arie e non ho mai capito chi lo fa… però ognuno vive a modo suo».

Eppure non sono state tutte rose e fiori anche nel mondo dello spettacolo, perché la carriera artistica a un certo punto ha avuto un brusco momentaneo arresto: «– mi viene confermato –, c’è stato un momento di tracollo, perché allora c’era la moda di un continuo ricambio generazionale. All’improvviso noi che avevamo trent’anni eravamo considerati dai discografici oramai vecchi e da scartare, per ricercare delle giovani voci. E quindi, con i cantanti della mia generazione, fui messa da parte per lasciare spazio ai nuovi, come Rita Pavone, Gianni Morandi, etc. Nessuno di noi – me compresa –, si è arreso, perché se non potevi più cantare in Italia prendevi un aereo e andavi in tutta Europa oppure in America del Nord o del Sud, dove avevi accumulato una popolarità indiscussa, dove sapevano chi eri e cosa facevi, e dove c’erano fan italiani. È stato un periodo molto simpatico: invece di essere a casa a piangere, abbiamo girato il mondo come gli “Azzurri della Canzone”. È stato un periodo meraviglioso: Tony Dallara, Claudio Villa, Miranda Martino… insomma, eravamo in undici e ci sbattevano di qua e di là all’estero perché qui, per la Radio e la Televisione, eravamo oramai artisticamente morti e sepolti. Sono stati anni tanto faticosi quanto bellissimi».

Il discorso non si spegne, se non con una comica constatazione pronunciata con garbo: «Quando sei giovane ti sembra quasi impossibile di poter girare il mondo in questo modo, anche se poi non vedevamo niente, perché non c’era il tempo!». Anche in questo caso, tutto viene e va, e con gli anni Settanta pure tale esperienza si esaurisce: «Giustamente ha cominciato a scemare, perché la situazione era stata già un po’ sfruttata e io mi trovai all’inizio degli anni ’70 in un momento abbastanza tragico, perché viene a mancare mia mamma e mi crolla il mondo addosso: mia madre era il mio pilastro, come io per lei». Dopodiché, la svolta inaspettata: «Alla fine degli anni ’70 ho avuto la fortuna di incontrarmi spesso con Paolo Limiti, e siccome mi interrogavo: “Adesso che faccio della mia vita?”, ho chiesto a lui, il quale mi aiutò: “Paolo – gli dicevo –, quando io sono nei guai è come se tu mi prendessi per i capelli e mi tirassi fuori!”».

Una nuova rinascita e un’intuizione televisiva geniale: «Mi propose di fare un programma di cucina, cosa che nessuno aveva mai pensato di fare in Italia». Qual era l’idea? «Me la spiegò lui stesso: “All’estero ci sono delle trasmissioni in cui un personaggio conosciuto e amato dal pubblico si mette lì a cucinare, facendo un talkshow con l’ospite”. Mi chiese se me la sentissi di buttarmi in questa avventura». Di nuovo, la misura ha il sopravvento: «“Ma io non so cucinare!”, gli risposi, ma Paolo replicò: “Non ti preoccupare, ti affianco una persona, un cuoco bravo, che ti dirà cosa devi fare”. E siamo partiti alla fine del ’78, esattamente l’8 ottobre, con il programma che si chiamava Telemenù. Limiti era il direttore dei programmi di Telemontecarlo e s’accorse che, come era presente in palinsesto il bollettino meteo, poteva esserci tutti i giorni una rubrica in cui qualcuno suggerisse cosa portare in tavola il giorno seguente».

La trasmissione è durata per ben diciotto anni: «Un periodo lunghissimo! E per tutto questo tempo ho registrato, ogni giorno, le puntate che avevano preso talmente piede da non esaurire l’interesse. Ancora oggi imperversano programmi di cucina, però io sono stata la prima e incontrastata per diciotto anni! Il lavoro era tantissimo, anche perché Telemontecarlo a livello di introito pubblicitario viveva quasi solo sulla mia trasmissione. Di conseguenza, avevo grande spazio: la mattina giravo La spesa di Wilma, andando nei mercati rionali a fare compere e intanto pubblicizzavo dei prodotti, poi a mezzogiorno A pranzo con Wilma, dove invitavo personaggi famosi (ho scoperto recentemente di aver fatto seicentoquaranta puntate con gli ospiti) con cui m’intrattenevo a conversare e a cucinare. Alle 19.00 trasmettevano Telemenù poi diventato Sale, Pepe e Fantasia».

Un successo enorme che sembrava non avere mai fine: «Sì, ma nel ’93 decisi di sospendere, perché l’impegno era troppo gravoso: preparare le ricette – sebbene su questo fossi aiutata –, ma soprattutto studiare le schede degli ospiti per poter conversare con loro». A quel punto, cos’è capitato? «Ho rincontrato Paolo Limiti – il quale ogni tanto mi invitava a nuovi progetti che ho sempre dovuto declinare per la mole di lavoro quotidiana che mi teneva letteralmente legata ai fornelli – e mi disse questa frase carina: “Prima ti ho fatto attaccare il microfono al chiodo e ti ho messo un grembiulino, adesso attacchi il grembiulino al chiodo e ti rimetti a cantare!”. E sono entrata con lui nella trasmissione che ha fatto per otto anni su Rai Due. Poi naturalmente il tempo passa, uno invecchia e, finito il programma di Paolo, ho rallentato i ritmi. Adesso oramai è troppo tardi e quello che è stato è stato!».

Butto lì una curiosità, volendo sapere se il canto è parte di qualche spazio nella giornata, magari a cappella – aggiungo – e per conto proprio: «No, mai! Anche perché ho paura che non mi esca la voce! Questo era un incubo ricorrente, perché dovendo cantare mi dicevo: “Se canticchio, ma non mi esce la voce, come faccio stasera? Se invece non lo so, poi quando son lì mi butto”». La notorietà, per chi ora vive ritirata dietro le quinte, pare essere stata meritata: «Insomma – mi vien replicato senza falsa modestia –, potrei dire di aver fatto di tutto per essere sempre all’altezza di quello che la gente mi richiedeva e nel mio piccolo spero di esserci riuscita». Domando a bruciapelo se il quotidiano è ora intriso di solitudine: «Oltre al pubblico, che non mi ha mai abbandonato, la mia fortuna continua – è spiegato dalla cantante con trasporto e un pizzico di umorismo – grazie alla famiglia di mio fratello (che non c’è più): tutti i componenti mi aiutano, mi fanno compagnia e riempiono i vuoti di questa signora impegnata tutto il giorno a fare la calza!».

In tutta questa ininterrotta serie di avvenimenti, un punto fermo è stata la fede in Dio, e non mi tacito, volendo sapere se e quant’è stata importante: «Tantissimo! L’unica cosa che mi dispiace moltissimo di questo periodo è che non posso più andare alla Santa Messa. Quando accompagnata, riesco a passare in chiesa, nella mia parrocchia dove c’è il mio crocifisso preferito, accendo la solita candela e sto lì a chiacchierare un po’ con Lui, gliela conto su, e Gli dico: “Mi raccomando, dammi una mano!”. La fede è sempre stata per me molto importante! Non mi addormento, per esempio, se non recito le mie preghiere, tutte le sere, e questo da tutta la vita».

Mi congedo ricolmo di una gioia profonda per aver potuto conversare con una persona che ricorda a chiunque come i fasti mondani sono destinati sovente a consumarsi in fretta, e la tristezza di nietzschiana memoria che attanaglia prima o poi, in misura diversa, il cuore di ogni uomo, può essere sconfitta soltanto se c’è qualcosa di più grande in cui sperare: «Sono stata molto felice della mia vita», confessa infine la popolare cantante con un sorriso contagioso. (Fonte foto: Imagoeconomica)

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