Siamo arrivati ai referendum dell’8 e 9 giugno. Le urne saranno aperte dalle 7:00 alle 23:00 domenica e dalle 7:00 alle 15:00 lunedì. Perché i risultati siano validi servirà raggiungere il quorum, cioè la partecipazione del 50%+1 degli elettori. Si tratta di referendum abrogativi, per cui all'interno delle schede l’elettore troverà citata la legge o la parte di legge di cui si chiede l’abrogazione con sotto scritte due opzioni: Sì o No.
Quattro quesiti riguardano il lavoro - promossi dalla Cgl e sostenuti dal Pd - e uno la cittadinanza - tra i cui promotori troviamo Più Europa. In breve, il primo quesito chiede di eliminare la norma che disciplina i licenziamenti illegittimi secondo il sistema dei contratti a tutele crescenti introdotto dalla riforma del governo Renzi. Il secondo chiede di togliere il tetto massimo di indennità che spetta al lavoratore ingiustamente licenziato all’interno di una piccola impresa. Il terzo punta ad abrogare la norma che consente al datore di lavoro di stipulare contratti a termine, fino a dodici mesi, senza una causale. Il quarto riguarda la sicurezza sul lavoro, in particolare la responsabilità negli appalti tra imprese committenti e appaltatrici. Il quinto quesito chiede invece di dimezzare i tempi di soggiorno legale necessario per poter chiedere la cittadinanza italiana da 10 a 5 anni.
«Il Pd oggi è unito in questa battaglia», ha dichiarato ieri Elly Schlein, ignorando l’ala riformista del suo partito legata a Matteo Renzi che sui quesiti relativi al lavoro ha espressamente dichiarato che voterà “no”. Sul Jobs act non si torna indietro. Ma la leader del Pd appare ferma nel suo intento, questo referendum «è un’occasione per correggere leggi che hanno danneggiato il lavoro e per modificare quelle sulla cittadinanza».
Detto questo, la premier Meloni ha dichiarato alla parata del 2 giugno: «Vado a votare, ma non ritirerò la scheda. È una delle opzioni», scatenando subito il commento di Riccardo Magi, segretario di Più Europa, che ha definito la sua posizione «furba ma falsa». Ha poi spiegato che «è di fatto un invito all’astensionismo […] che risulta particolarmente grave se espresso durante la cerimonia del 2 giugno, giorno in cui gli italiani scelsero con un referendum di dare vita alla Repubblica» - dimenticandosi di quanti negli anni sia da destra che da sinistra hanno invitato all’astensione, partendo per esempio da Craxi, passando per Berlusconi fino ad arrivare a Renzi con il sostegno di Napolitano…
Dal canto nostro, ci chiediamo: l’astensionismo nell’ambito di un referendum abrogativo può essere protetto dal punto di vista costituzionale? Sicuramente bisogna partire dall’art. 75 della Costituzione che indica la necessità del raggiungimento del quorum ai fini della validità del referendum. Ecco allora che appare consequenziale configurare l’astensionismo come lecito per il funzionamento stesso del quorum. Sebbene riteniamo doveroso definire il voto come esercizio - anche diritto e dovere - essenziale alla democrazia, non lo giudichiamo come atto di inosservanza di un obbligo. Inoltre, all’interno di un referendum abrogativo, possiamo ritenere l’astensionismo come scelta libera politicamente orientata, poiché in concreto impedisce l’abrogazione della legge.
Così hanno commentato ieri su La Verità i giuristi Daniele Trabucco e Aldo Rocco Vitale: «L’astensione non è solo un diritto, quanto un presidio di razionalità democratica. È l’espressione di un costituzionalismo maturo, che riconosce il valore del silenzio come gesto politico carico di significato e di responsabilità». Mentre poi il vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino, esorta a non sottrarsi al voto, il cardinale e segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin fa candidamente sapere che non voterà. Alla domanda rivoltagli dai giornalisti presenti all’evento del 4 giugno organizzato dalla Pontificia commissione di Archeologia sacra a Roma, Parolin ha spiegato: «Da tanto tempo ormai non vado più a votare. Da quando sono in Vaticano non ho più occasione di andare su», riferendosi al Schiavon, in provincia di Vicenza. Allora se astenersi non è di certo uno scandalo, possiamo star certi che non sia neanche un peccato. (Fonte foto: Imagoeconomica)
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