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NEWS 14 gennaio 2019    di Lorenzo Bertocchi
A Bologna le origini degli intransigenti cattolici extraparlamentari

Le radici del movimento cattolico italiano, cioè quell’insieme di azioni e associazioni che i fedeli posero di fronte al Risorgimento e ai suoi principi anticattolici, vanno collocate a Bologna. In un periodo che va dagli anni precedenti il 1860, fino al 1890 circa.

Si tratta di un periodo storico fondamentale per l’Italia: la furia anticattolica della rivoluzione liberale si diffondeva e ai fedeli era richiesta una reazione a principi profondamente scristianizzanti. I pontefici, in particolare Pio IX, animarono i cattolici ad una ferma intransigenza non solo religiosa, ma anche politica, aprendo di fatto ad un’azione di opposizione extra-costituzionale per difendere i diritti della fede e del papato, nonché per rivitalizzare la società italiana. In questo contesto, scrive lo studioso Angelo Gambasin, quello di Bologna era «il gruppo più dinamico e battagliero tra gli intransigenti d’Italia».

Il primo elemento che caratterizzò e differenziò gli intransigenti bolognesi fu la volontà di unirsi per far fronte comune, passando da una reazione passiva e disarticolata, ad una più attiva e organizzata. Nel 1865, un anno dopo la promulgazione del Sillabo di Pio IX, alcuni cattolici bolognesi decisero di fondare l’Associazione Cattolica italiana per la difesa della libertà della Chiesa in Italia, primo vero tentativo di una reazione nazionale all’imperversare della rivoluzione liberale. Questa Associazione può essere vista come il germoglio di quello che sarà il successivo movimento cattolico, qui possiamo cercare l’origine del laicato militante in Italia. Ma vediamo chi erano questi intransigenti bolognesi.

Già dal 1856 Giovanni Acquaderni, Giambattista Casoni, Giulio Cesare Fangarezzi e Marcellino Venturoli, insieme a don Battaglini, avevano dato vita al quotidiano “L’Osservatore bolognese”; nel 1859 fonderanno “L’Eco di Romagna” (1859), quindi sarà la volta de “Il Patriota cattolico” e poi “Il Conservatore”. Sarà proprio il gruppo de “Il Patriota cattolico” a lanciare l’Associazione per la libertà della Chiesa in Italia. Professionisti, padri di famiglia, editori e giornalisti, ma anche membri della Società di S. Vincenzo, gli intransigenti bolognesi hanno la loro culla culturale nel tomismo, già dal 1853, infatti, era stata costituita l’Accademia tomistica di Bologna dagli stessi Casoni, Venturoli, don Battaglini e Achille Sassoli Tomba.

Lo statuto e il programma dell’Associazione furono approvati in una riunione tenutasi a Bologna il 3 dicembre 1865, poi, dopo un’intensa attività del Casoni in tutta Italia, venne data notizia della definitiva costituzione il giorno 13 marzo del 1866. Nel giro di appena due mesi, con l’appoggio della Santa Sede, il Casoni riuscì a far costituire 12 sezioni locali, tra cui Milano, Firenze e Torino, a dimostrazione di un ambiente socio-culturale pronto a reagire di fronte all’atteggiamento palesemente anticattolico dei sabaudi.

L’Associazione bolognese si dichiarò estranea ad ogni intendimento direttamente politico, fedele ad una linea che voleva “riconquistare la società al cattolicesimo” con un’azione extra-parlamentare. L’obiettivo era quello di pacificare l’Italia con il papato e donare alla nazione la sua anima religiosa, il tutto, ovviamente, nella più assoluta legalità. La direzione centrale dell’Associazione, tutta bolognese, era composta dall’avvocato Fangarezzi (Presidente), dal conte Agucchi (Vice), ma sopratutto dai consiglieri Bianconi, Casoni e Venturoli, questi ultimi vera anima del gruppo.

I rapporti della questura bolognese già dal 1865 segnalano una attenta vigilanza sul “partito cattolico”, ma nel 1866, dopo la nascita dell’Associazione, assistiamo a un’escalation. In un rapporto del 5 aprile 1866 si indicano con esattezza i quarantasette luoghi di riunione che i “clericali hanno in Bologna”. Si fanno nomi e cognomi, segnalando anche i movimenti che diverse persone del gruppo avevano in varie parti d’Italia, in particolare il Casoni. Sotto controllo anche i parroci. E’ curioso notare che nel rapporto del 5 aprile il questore di Bologna deve ammettere che “mentre il partito d’azione in tutta la Città e il circondario non conta che 319 individui, il reazionario raggiunge la cifra di ben 849 (…) e mentre in Bologna non vi sono che quattro periodici liberali, il partito reazionario vi contrappone ben 18 pubblicazioni.”

Dopo la Legge Crispi, e in vista di una guerra, l’aria si fa irrespirabile e la neonata Associazione per la libertà della Chiesa in Italia è costretta a interrompere la sua attività, lo farà con un comunicato pubblicato sull’ultimo numero del “Patriota cattolico” il 15 maggio 1866. Ma il Governo non si arrese, anzi, scoprì fin in fondo il suo intento anticattolico al punto di cogliere ogni occasione buona per vessare gli intransigenti: a Bologna vi fu un vero e proprio rastrellamento dei cattolici con perquisizioni domiciliari e arresti che coinvolsero clero e laici. Fangarezzi fu costretto a rifugiarsi in Svizzera, Casoni scappò a Roma.

Questa primissima associazione dei cattolici italiani ebbe vita breve, ma gli intransigenti, dopo aver mosso questi primi coraggiosi passi, torneranno a dare anima al popolo italiano poi con l’Opera dei Congressi. Nel giudicare il loro tempo i cattolici bolognesi avevano scritto nel programma dell’Associazione: “la libertà degenerò in licenza, perché con l’incredulità si va alla servitù e solo con la fede si giunge alla libertà”. Questa è la radice del laicato cattolico italiano.


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