mercoledì 26 febbraio 2020
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NEWS 15 settembre 2019    di Giuliano Guzzo
«La fede aiuta i giovani», lo rivela un nuovo maxistudio

L’idea che la fede possa essere un supporto fondamentale, anzi una guida per i giovani – fino a pochi anni fa propria solo di famiglie credenti e di sacerdoti col coraggio di esprimerla – trova sempre più conferme anche là dove magari uno meno se lo aspetterebbe, vale a dire nelle ricerche sociologiche. L’ultimo esempio in tal senso viene dalle 170 pagine di The Connected Generation, un report a cura della società cristiana Barna Group, e realizzato in collaborazione con l’agenzia World Vision, che appare decisamente interessante.

Sì, perché questa ricerca – che si propone di far luce sui valori, le preoccupazioni e il rapporto con la fede che contraddistingue i Millennials (i nati tra 1982 e il 1996) e la Generazione Z (i nati dal 1997 in poi) – presenta una caratteristica assai significativa per non dire stupefacente, vale a dire il numero di giovani sondati, ammontanti ad un totale di 15.369 persone provenienti da 25 paesi, interpellate in un sondaggio realizzato tra il 4 dicembre 2018 e il 15 febbraio 2019. Una ricerca di dimensioni enormi, quindi, non a caso la più grande finora realizzata da Barna Group.

Che cosa si è scoperto? Beh, anzitutto si è avuto conferma che i giovani di oggi, come c’era da aspettarsi, sono dominati da un senso di profonda insicurezza e incertezza che, spesso, evolve nell’ansia vera e propria dato che da una parte il 40% ha riferito di sentirsi spesso in ansia per decisioni importanti, incerto sul futuro o timoroso di fallire, mentre, dall’altra, il 28% ha affermato di sentirsi addirittura spesso triste e depresso. Un quadro realistico, insomma, e per nulla rincuorante. Ciò nonostante, The Connected Generation ha rivelato più di qualche sorpresa, specie se si pensa al contesto secolarizzato di oggi.

Tanto per cominciare perché ha rilevato come il 57% dei giovani ritenga che la religione faccia bene alle persone, e come il 53% la consideri importante per la società. Ma soprattutto, è emerso come la religione – in particolare la fede cristiana – aiuti i ragazzi. Nello specifico, quando si è trattato di vedere quanti giovani si dichiarino tristi o depressi, si è visto come tale problema riguardi il 37% dei giovani atei o agnostici, percentuale superiore a quanto mediamente rilevato nel totale del campione (28%), tra i giovani di qualche religione (26%) e in particolare di quanto osservato tra i giovani cristiani (23%).

Allo stesso modo, l’insicurezza personale è risultata interessare il 29% dei ragazzi atei o agnostici, il 22% del totale, il 21% di quelli religiosi e il 18% di quelli di fede cristiana. Ora, è vero che la ricerca ha qualche limite, per esempio perché non distingue tra i cattolici e gli altri, ed è innegabile come i giovani cristiani, pur godendo di qualche vantaggio rispetto al resto del campione, risultino anch’essi esposti a problematiche tipiche della loro età. D’altronde, si potrebbe ribattere, essere cristiani non vuol certo dire essere perfetti.

Ciò detto, è innegabile come questa recentissima ricerca, pubblicata proprio in questi giorni, vada a confermare quanto, in tempi secolarizzati e spesso dominanti da una mentalità laicista, appare quasi proibito ricordare, e cioè l’insostituibile aiuto che ai nostri giovani può arrivare dalla fede cristiana. Una fede che, nonostante la risaputa diffidenza giovanile verso le chiese, viene riconosciuta dai ragazzi stessi come importante unitamente – lo si sottolineava poc’anzi – alla religione, ossia a quella formalizzazione di riti e celebrazioni che danno corpo e sostanza al sacro. Alla faccia della secolarizzazione, viene da commentare.


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