giovedì 17 ottobre 2019
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NEWS 11 ottobre 2019    di Giuliano Guzzo
L’Nba si piega alla Cina

L’ultima moda delle d’élite? Scusarsi con la Cina comunista, inchinandosi dinnanzi ad essa. Gli esempi di questi anni al riguardo sono notevoli e riguardano, per lo più, figure di primo piano. Basti pensare a Stefano Gabbana e Domenico Dolce, i due fondatori e proprietari dell’azienda di moda Dolce & Gabbana, che undici mesi fa si scusarono pubblicamente col regime di Pechino per tre video promozionali diretti al mercato cinese giudicati molto stereotipati. «Proveremo a fare di meglio e rispetteremo la cultura cinese in tutto e per tutto», furono le parole, cariche di dispiacere, da parte dei due.

Un caso isolato? Per niente. In questi giorni, infatti, dal posto idealmente e pure geograficamente più lontano dalla Cina – gli States – sono arrivate altre, accorate scuse al regime comunista. Questa volta, da parte del Commissario della lega Nba, Adam Silver, il quale ha voluto prendere le distanze da Daryl Morey, il boss della gloriosa squadra di basket americana Houston Rockets il quale, su Twitter, domenica sera aveva scritto: «Combattere per la libertà. Dalla parte di Hong Kong». Un’affermazione significativa e a suo modo pesante, essendo proprio lo slogan dei ribelli dell’ex colonia britannica impegnati, come noto, in una protesta che dura da tempo.

Una presa di posizione, quella di Morey, non passata inosservata. Per nulla. Infatti l’associazione basket cinese ha prontamente reagito, come riportato da vari media, sospendendo la collaborazione tecnico-commerciale con i Rockets, seguita a ruota dall’azienda di articoli sportivi Li Ning, che utilizza come testimonial diversi campioni Usa. Non solo. Ha ritirato la sponsorizzazione alla squadra di Houston la Shanghai Pudong Development Bank. In tempo zero, insomma, la rappresaglia cinese è arrivata forte e chiara. E l’NBA?

Anziché alzare la testa, l’ha immediatamente chinata. Proprio – come si diceva – per bocca di Adam Silver, il quale si è cosparso idealmente il capo di cenere per un tweet che Tsai, il co-fondatore del titolo cinese Alibaba, ha condannato come «così dannoso per il rapporto con i nostri fan in Cina», aggiungendo che «il danno causato da questo incidente richiederà molto tempo per essere riparato».

Da quanto è dato sapere, la genuflessione è risultata gradita. China Daily, braccio di propaganda del governo comunista, ha difatti utilizzato la reazione conciliante dell’Nba per avvertire altre società affinché imparino alla svelta «una lezione: il grande mercato cinese è aperto al mondo, ma coloro che sfidano gli interessi fondamentali della Cina e feriscono i sentimenti della gente cinese non possono realizzare alcun profitto». Tradotto dal politichese: che non succeda più nulla di simile. Ora, lungi da noi prendercela con l’atteggiamento, certo non da cuor di leone, dell’Nba.

Tuttavia tutto ciò fa riflettere. Per più ragioni. Anzitutto perché conferma come il pericolo comunista – lungi dall’essere consegnato alla polverose pagine di storia – esista, resista e lotti ancora in mezzo a noi, forte del suo immenso potere economico e, quindi, di ricatto. In secondo luogo perché evidenzia i paradossi di un mondo occidentale bravissimo a riempirsi la bocca con la parola «diritti» eppure fulmineo nel dimenticarla, quando gli interlocutori internazionali si chiamano Arabia Saudita o, appunto, Cina. Infine, fa specie come questa dimenticanza della parola e del concetto dei «diritti» si manifesti sempre quando, dall’altra parte – come avviene per le proteste di Hong Kong e in generale per il regime comunista -, ci siano in ballo anzitutto quelli dei cristiani. Una coincidenza che si verifica, ormai, da troppo tempo.


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