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NEWS 27 gennaio 2015    
Oggi è il Giorno della Memoria. Ricordiamo il beato Focherini che strappà tanti ebrei all’Olocausto

di Marco Roncalli

Primogenita dei sette figli di Maria Marchesi e di Odoardo Focherini, Olga Focherini presenta in un libro postumo la figura del padre dopo aver trascorso gran parte della sua vita, unitamente ad altri famgliari, a ricostruirne l’avventura umana e spirituale. Una vicenda oggi ben documentata da un fondo archivistico riconosciuto «d’interesse storico particolarmente importante» dalla Soprintendenza Regionale dell’Emilia Romagna per i beni culturali, e che costituisce sia una testimonianza preziosa per lo studio della Shoah, sia un materiale utile per comprendere l’itinerario di Odoardo.


Un percorso che, del resto, ha già visto un ampio riconoscimento: con il titolo di «Giusto fra le nazioni» conferito a Focherini dallo Yad Vashem nel 1969 e con la beatificazione che, nel 2013, lo ha portato sugli altari. Senza dimenticare opere come la biografia dello storico Giorgio Vecchio (Un giusto tra le nazioni. Odoardo Focherini) o l’epistolario curato da Ulderico Parente, Maria Peri, Odoardo Semellini (Lettere dalla prigionia e dai campi di concentramento. 1944), volumi tutti e due editi dalle Dehoniane di Bologna.

Nato a Carpi nel 1907, figura di rilievo nell’ambito dell’associazionismo cattolico, dal 1942 – com’è noto – era entrato nella Delasem, la Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei: rete che fornendo documenti falsi, soldi e collegamenti in Svizzera, soccorse oltre un centinaio di ebrei aiutandoli a espatriare. Scoperto e arrestato l’11 marzo 1944, Focherini, dopo esser transitato nei campi di Fossoli, Gries, Flossenbürg, morì nel lager di Hersbruck il 24 dicembre 1944, a 37 anni.

Ciò che colpisce nel nuovo libro firmato da Olga Focherini (mancata nel 2008) e curato dal figlio Odoardo Semellini (che ne ha raccolto le testimonianze orali e scritte fedelmente registrate nell’archivio di famiglia) è non solo lo sguardo di una figlia capace di restituirci il profilo paterno nei suoi tratti di cristiano autentico, ma anche di descriverne imprese nate insieme ad altri uomini e donne di eguale generosità (cominciando dalla moglie Maria, sovente trascurata nelle cronache relative al marito, sino agli altri membri della Delasem), sottraendosi dunque alle diffuse celebrazioni dell’«eroe solitario».

Non a caso Moni Ovadia nella prefazione sottolinea che qui «come in pochissime altre opere, si capisce come l’urgenza di tendere la mano al prossimo perseguitato non nasca da uno status di eccezionalità ma piuttosto da un impulso di insopprimibile umanità».

«Credo che la testimonianza di Olga getti una luce ancora inedita sulla figura di Odoardo Focherini, diversa dalle pur importanti celebrazioni che gli sono state tributate negli ultimi anni», scrive a ragione Odoardo Semellini introducendo il volume che, con una frase apparsa ai tempi delle leggi razziali in Italia, nel ’38, è stato titolato Questo ascensore è vietato agli ebrei (Edb, pp. 142, euro 8). Infatti, a stagliarsi lungo i capitoli è «un uomo normale, come tutti, che si lascia andare, che sta male, che piange, che è combattuto tra le speranze del ritorno e il timore di non tornare più» e che anche in questa sua fragilità «può essere proposto come esempio a tutti».
Ed ecco allora Odoardo «sinceramente cattolico, ma non bacchettone» e «capace di ascoltare i bisogni degli altri, di provare una grande solidarietà nei confronti di tutti»; ecco l’uomo «con il pallino della stampa» considerata importantissima per la Chiesa (rilevante il suo ruolo nell’Avvenire d’Italia che grazie a lui riprese le pubblicazioni al termine della guerra; ecco il padre affettuoso, pieno di rispetto per la moglie, sempre pronto a raccontare fiabe, sorridere, giocare e cantare con i figli; ecco il padre che, nei ricordi di Olga ad un certo punto della sua vita cominciò a «frequentare delle persone... mai viste prima» ed un giorno prese il solito «treno alle 8.30 per andare a Carpi a lavorare, ma la sera non tornò».

Un racconto, quello di Olga, che alimenta una memoria trasmessa coniugando un costante, commosso rimpianto, e lontani momenti di serenità mai dimenticati. Una storia che attraversando il tempo lambisce ormai almeno tre generazioni invitate a confrontarsi su una scelta non comune nella tragedia che colpì l’Europa settant’anni fa. Una scelta che ebbe come esito una morte, si è scritto, per setticemia. «Ma quale setticemia! La diagnosi la facevamo noi, non c’era mica un medico! Per esempio, quando facevano l’appello, col freddo che c’era, sai quanti ne sono caduti! E noi scrivevamo congestione polmonare», così Vittore Bocchetta, un superstite compagno di Focherini nel lager, scriveva a Olga nel 1995. Aggiungendo che si moriva per la vita che si faceva, il freddo, la fame, gli stenti.

Rispondendo nel libro a una lettera inviata dal padre alla madre: «Talvolta ho l’impressione… di sentire l’accorato interrogativo tuo e dei piccoli che pesano come tremendo rimprovero», scriveva Odoardo a Maria, da Fossoli, il 26 luglio 1944. Come a chiedersi, appunto: «I bambini mi capiranno?». Osserva Olga: «Credo che, alla fine, tutti abbiamo capito, grazie anche a mia madre...».

 

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