martedì 07 dicembre 2021
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di AA. VV.
il Timone N. 203 di Febbraio 2021

I miei primi novant’anni

Sono novanta. Sono gli anni attraversati da don Camillo Ruini, nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella “fettaccia di terra” che va dal Po a Rimini, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare novant’anni lo fanno in modo originale. Magari da preti, poi da vescovi e da cardinali,

perfino da vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo papa polacco e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger. Così ha attraversato i suoi primi novant’anni il cardinale Camillo Ruini, il quale, sul finire del suo mandato da presidente della Cei, disse che è «preferibile essere contestati che essere irrilevanti».

Sembra passato un secolo dalla cosiddetta “Era Ruini” della Chiesa italiana, eppure è storia di ieri quando il cardinale emiliano guidava con innegabile fiuto politico-ecclesiale le sorti del gregge italico. A lui, padre del «progetto culturale», sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, non sono state risparmiate critiche, anche intraecclesiali. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico “adulto” Romano Prodi provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.

Eminenza, innanzitutto buon compleanno. Lei è nato nell’Emilia rossa. In quello che nel dopoguerra, quando Lei era già adolescente, faceva parte del Triangolo rosso o Triangolo della morte. I comunisti li ha visti da vicino. Che aria si respirava in quegli anni e che ricordi ha della mobilitazione per le elezioni del 1948, con i Comitati civici di Gedda in azione?

«Limitandoci al dopoguerra, nel 1945 avevo 14 anni e nel 1948 ne avevo 17: due età vicine ma abbasta nza diverse. Subito dopo la liberazione abbiamo vissuto un momento difficile, segnato da parecchi omicidi politici (che facevano seguito a quelli avvenuti durante la guerra), di ex-fascisti ma anche di cattolici e in particolare di sacerdoti. Furono uccisi sul greto del fiume Secchia, a Sassuolo dove vivevo, cinque amici di mio padre che era medico… (per leggere il dossier abbonati o acquista Il Timone)

 

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