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NEWS 17 settembre 2021    di Giulia Tanel

Per il 45% dei tedeschi, con la morte finisce tutto. Ma la Chiesa insegna altro

Dopo la morte si sarà ritenuti responsabili, in positivo o in negativo, della vita che si è condotta?

Un’indagine rappresentativa dell’istituto di ricerche d’opinione “INSA Consulere” di Erfurt, realizzata per conto della rivista cattolica tedesca Die TagesPost, che ha coinvolto 2.062 adulti tra il 10 e il 13 settembre, ha evidenziato come il 45% dei tedeschi non crede che questo avverrà.

Scendendo più nel dettaglio si scopre che questa opinione è propria anche di coloro che si professano credenti: a credere infatti che ci sarà una sorta di “giudizio” è solo il 34% dei cattolici, il 26% dei protestanti, il 41% degli afferenti alla chiesa libera e il 46% degli islamici.

Insomma, per la maggior parte del campione intervistato la vita è solo su questa terra. E poco importa come la si conduce, tanto la morte segnerà la parola “fine” su tutto quanto si è compiuto.

Un pensiero, questo, in contrasto con quanto insegna la Dottrina cristiana, come ci ha illustrato don Marco Begato.

Don Marco, partiamo dalla domanda della ricerca tedesca e analizziamola secondo il pensiero della Chiesa: dopo la morte si è ritenuti responsabili di quanto si è compiuto in vita?

«Sì, la Chiesa continua a insegnarlo e non ha mai smesso di insegnarlo: in questo ci aiutano molto alcuni documenti del Magistero della Chiesa, il Catechismo e anche l’insegnamento dei Pontefici che negli ultimi decenni è tornato anche a sottolineare questo.

Un aspetto che è interessante per il tempo moderno è poi il Dogma dell’Assunta, che collega la responsabilità personale addirittura a una particolare visione della vita eterna: per cui la Madonna che era assolutamente priva di ogni peccato perché ha risposto con una purezza totale, modifica agli occhi di tutti la sua elevazione alla vita eterna».

«Memento mori», insegna la Chiesa. Come e quanto incide il credere nella vita eterna sul modo di vivere già qui, su questa terra?

«Di certo incide molto. Partirei proprio dall’insegnamento più forte e più profondo della Chiesa cattolica: nel Credo apostolico dice “Credo la risurrezione della carne”. Ed ecco ancora il Dogma dell’Assunzione di Maria: se la mia carne, la mia vita è totalmente pura, il mio stesso corpo viene immediatamente assunto in cielo. È successo solo alla Madonna perché solamente lei aveva questo livello di perfezione, ma questo interroga il cristiano perché il modo in cui vivo e addirittura anche le scelte sul mio corpo, pensiamo ad esempio alla moda dei tatuaggi, me le porterò nell’eternità.

E viceversa, allora, il pensiero del fatto che nell’eternità non solo la mia anima, le mie emozioni, le mie relazioni ma addirittura la mia fisicità saranno presi sul serio, in base a come le ho vissute, mi fa pensare adesso come gestire e controllare le emozioni, che scelte fare, che relazioni curare, come addirittura nutrire, custodire, abbellire, e in parte anche mortificare e tenere a freno il mio corpo».

Il cardinale Giacomo Biffi, nel lontano 2003, sosteneva che nell’oggi non si è perso il senso del peccato, ma che tuttavia è sempre quello “altrui” a essere considerato, mai il proprio…

«Probabilmente questo pensiero è ancora molto attuale, nel senso che quando si tratta di giudicare le nostre scelte, nessuno ci può giudicare. Però forse il problema è proprio che noi continuiamo a legare il peccato a uno stigma, a una denuncia, a un giudizio, in senso negativo, colpevolizzante. Invece nel Vangelo il Signore Gesù lega il peccato a una specie, direi, di ‘diagnosi’: ti dico che facendo questa cosa ti farai male a un livello che non te ne accorgi neanche e il rischio è che ora che te ne accorgi è troppo tardi. Allora, se noi lo legassimo al fatto che peccare significa ferirsi così in profondità che non me ne accorgo, non me ne accorgo per tempo, non so poi guarirmi da solo, forse recupereremmo il valore di sentirci peccatori, cioè di accorgerci per tempo di quali ferite profonde ci stiamo facendo e ringrazieremmo chi ce lo ricorda. Non per colpevolizzarci, ma per accompagnarci a un risanamento».


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