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NEWS 22 Luglio 2022    di Redazione

Abusi, la Chiesa faccia i processi. E non si proni al braccio secolare

Per gentile concessione del Centro Studi Livatino pubblichiamo l’intervento di Costantino – M. Fabris, ricercatore al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, il quale – prendendo le mosse dalla pubblicazione, avvenuta in Francia nell’ottobre 2021, di un’indagine sulla pedofilia analoga a quella annunciata il 27 maggio scorso dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi – effettua una interessante riflessione sulla mancata attivazione dello strumento del processo canonico al fine di accertare le concrete e personali responsabilità.

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1.Il 5 ottobre 2021 sono stati pubblicati i risultati dell’indagine svolta in Francia da una commissione indipendente per fare luce sui numerosi scandali e casi di abusi sessuali avvenuti nella Chiesa cattolica d’Oltralpe negli anni 1950-2020. Ciò che ha particolarmente colpito l’opinione pubblica è il dato numerico: in settant’anni le vittime in Francia di atti di pedocriminalità perpetrati da chierici, religiosi o persone legate in qualche modo alla Chiesa sono state stimate in 330.000 (i casi accertati realmente sono stati 4.832); i sacerdoti a vario titolo coinvolti sarebbero circa tremila. Il giurista non può non interrogarsi su un fenomeno tanto grave senza al tempo stesso domandarsi quali siano gli strumenti più adeguati per perseguire tali condotte criminose che ovviamente non sono state perpetrate solo in Francia.

Per limitarsi all’Italia, stando ai dati forniti dal Ministero dell’Interno, nel 2020 i reati di abuso sessuale in danno di minori sono stati ben 1.931, certamente non tutti commessi da chierici. Una responsabilità nell’accentare la gravità di tali vicende l’hanno avuta le negligenze della gerarchia nel vigilare e nel sanzionare le condotte criminose di cui pure, in numerosi casi, essa era venuta a conoscenza. Tale atteggiamento è stato giustamente reputato inaccettabile, soprattutto in quanto assunto da soggetti – chierici, consacrati, ma anche fedeli cattolici – che della verità e della trasparenza dovrebbero fare una ragione di vita proprio in base al loro credo.

2.La Chiesa, nel corso degli ultimi decenni, ha reagito a tali scandali in diversi modi: da un lato con svariati interventi magisteriali di condanna, dall’altro con una serie di disposizioni normative – talora, invero, discutibili – volte a contrastare il fenomeno: si è di fatto abolita la prescrizione dell’azione criminale, si è data la possibilità di perseguire più celermente i crimini in via amministrativa, sono state introdotte regole stringenti con riferimento agli obblighi di denuncia. La Chiesa è poi intervenuta abolendo il segreto pontificio circa le denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti di abuso sui minori, pur mantenendo le indispensabili tutele per garantire la buona fama, l’immagine e la sfera privata dei soggetti coinvolti.

La scelta della Chiesa è stata in parte dettata dalla necessità di proteggere il sigillo confessionale dai tentativi posti in essere per ‘scardinare’ tale istituto. Rendere più trasparenti le procedure penali canoniche è stato il ‘sacrificio’ necessario per convincere l’opinione pubblica che la Chiesa, contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, non ha ‘segreti’ da nascondere. Volendo salvaguardare al massimo grado le persone minorenni e i c.d. soggetti deboli, l’ordinamento canonico ha predisposto idonei strumenti processual-penalistici per tutelare la riservatezza della persona offesa dal delitto e per impedire intimidazioni volte a far desistere la vittima dal denunciare o finalizzate a farla ritrattare.

3.Tra le disposizioni certamente più delicate vi sono quelle che riguardano le tutele da garantire ai presunti autori di questi crimini. Spesso reati così gravi suscitano reazioni scandalizzate nella pubblica opinione, tali da rendere difficoltoso l’ordinato svolgimento di un processo (canonico o civile che sia). Le vittime, a causa della loro ridotta capacità giudiziale determinata dalla giovane età, si trovano di fronte a enormi difficoltà nell’affrontare un procedimento che chiede di ‘rivivere’ fatti già di per sé motivo di enormi traumi psichici.

Tuttavia, l’indignazione di fronte a condotte così gravi non può mai far dimenticare che l’unico strumento per ottenere una qualche forma di giustizia rimane un giusto processo: le vie alternative sino a oggi percorse hanno fallito. Se è vero che il fine ultimo dell’ordinamento canonico è quello della salus animarum, ciò significa che anche il sistema sanzionatorio della Chiesa deve tendere a questa finalità. La pena canonica, se intesa nel suo retto significato di rimedio di natura medicinale, è strumento indispensabile per far conseguire la salvezza anche a coloro che si sono macchiati di gravi crimini. Eccessiva indulgenza verso tali delitti significherebbe mancato perseguimento della salus animae del reo il quale, proprio attraverso l’inflizione della pena, potrà emendarsi dalla propria condotta criminosa.

Contrariamente a quanti asserivano la necessità di un superamento del sistema penale sostenendo la natura pastorale del diritto canonico, si deve con forza sostenere l’assoluta necessità delle sanzioni penali nella Chiesa, e proprio in virtù del fine che deve orientare la legislazione ecclesiale: la salvezza eterna. Per ottenere tale risultato è necessario che l’accertamento della verità in ambito penale avvenga in modo rigoroso e rispettoso dei diritti della vittima, ma anche di quelli dell’accusato: è solo mediante il processo che si può accertare la veridicità delle accuse e tentare di dare giustizia alle vittime.

4.Indagini quale quella svolta in Francia hanno avuto il merito di far emergere la gravità del fenomeno, contribuendo anche alla modifica della normativa penale canonica in materia di abusi sui minori. Il grande assente è stato però, e per molto tempo, il processo penale. Per molti decenni la Chiesa, e in particolare i vescovi, hanno abdicato al loro compito di giudici di fronte alle condotte criminali tenute da fedeli sottoposti alla loro autorità e controllo. Che il processo non sia più uno strumento ritenuto utile non è una novità se già Salvatore Satta, nel lontano 1950, affermava: «noi dobbiamo arrivare alla triste conclusione che la nostra età non vuole il giudizio», segnalando che la crisi dello strumento processuale conduce sempre in un’unica direzione: «un’indulgenza che non è frutto di umanità, ma di abbandono, e come tale annulla la santità della pena» (Il mistero del processo).

I motivi dell’approccio assunto dai vescovi cattolici sono molteplici. Nei casi più gravi vi è stata una vera e propria complicità dettata, nella migliore delle ipotesi, dalla volontà di non dare pubblico scandalo ai fedeli con la diffusione di notizie legate a crimini tanto aberranti: la convinzione era di poter risolvere ogni problema con strumenti pastorali. Non si è ravvisata l’utilità di segnalare determinati casi anche alle autorità civili, con ciò non comprendendo la necessità che alcune vicende venissero comunque vagliate anche nelle forme previste dal diritto penale dello Stato. Ma l’atteggiamento tenuto dalla Chiesa è stato determinato principalmente da una generale disistima nei confronti del diritto penale canonico diffusasi nella comunità ecclesiale, a partire dal periodo immediatamente precedente e poi susseguente al Vaticano II, e conseguenza di una mentalità fortemente antigiuridica.

A partire dagli anni 1950, allorquando emersero i primi casi di abusi sessuali, la reazione di molti pastori fu di applicare unicamente i principi propri della teologia morale. La questione è molto complessa ed è stata spesso banalizzata dai media. È certamente vero che, inizialmente, la risposta è avvenuta più sul piano morale che su quello giuridico, nonostante il diritto canonico già inquadrasse certe condotte come reati, e come tali avrebbero dovuto essere trattate anche da pastori e confessori. Il fine medicinale della pena canonica e la conseguente necessità di recupero del delinquente ha avuto notevoli conseguenze sul modo di affrontare certe tematiche da parte della gerarchia cattolica.

L’idea di fondo era che i soggetti abusatori potessero essere recuperati al ministero attraverso un percorso di riabilitazione e cura. Spesso alla punizione del reo ed al suo conseguente isolamento veniva preferito il trasferimento ad altro incarico. Scelte di questo tipo erano determinate anche dalla difficoltà di valutare l’effettiva imputabilità del presunto abusatore: se la pedofilia era considerata una malattia psichica com’era possibile punire gli autori di tali condotte? La conseguenza, a volte involontaria, è stata la reiterazione di condotte pedocriminali da parte degli abusatori, come le statistiche hanno posto in rilievo. Se la Chiesa avesse perseguito le condotte pedocriminali utilizzando correttamente e sistematicamente lo strumento processuale – cesellato e perfezionato da un’evoluzione storico-giuridica secolare – la situazione oggi sarebbe diversa.

Purtroppo anziché un aumento di processi vi è stato un proliferare di indagini di altra natura: sociologica, statistica, psicologica, ecc. Gli intenti sono stati senza dubbio nobili e tuttavia difficilmente si potrà trovare la verità se non mediante la corretta attuazione di procedimenti in grado di accertarla. Il processo è uno strumento complesso, che richiede notevole perizia giuridica perché possa portare buoni frutti; esso si rivela, in ultima istanza, la via migliore per l’accertamento dei fatti e per l’eventuale punzione del reo.

Come scrisse Opocher, lo stesso diritto positivo è in realtà dettato dal legislatore in vista del giudizio, il quale rappresenta la via attraverso cui il diritto si fa giustizia nel caso concreto (Lezioni di filosofia del diritto). Tale visione si attaglia alla perfezione all’ordinamento giuridico della Chiesa ed al suo momento processuale mentre sarebbe del tutto estraneo alla tradizione canonistica il tentare di fare giustizia prescindendo dalla via processuale: tentazione che, purtroppo, ineluttabilmente riemerge al ripresentarsi di nuovi scandali.

Costantino-M. Fabris

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