giovedì 26 novembre 2020
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NEWS 23 agosto 2020    di Lorenzo Bertocchi
Abusi nella scienza, quando Jeffrey Epstein finanziava Harvard

Con il Covid-19 abbiamo fatto esperienza di come la scienza sia ormai l’ultimo oracolo. L’ultimo dio. L’unico profeta. Ma un dio molto pagano, sensibile alle cose che tentano l’uomo. Sull’ultimo numero di Scientific American c’è un articolo dal titolo rivelatore: «I collegamenti di Jeffrey Epstein ad Harvard mostrano come il denaro può distorcere la ricerca», lo scrive la professoressa di storia della scienza Naomi Oreskes.

L’articolo mette in evidenza il mea culpa che l’università di Harvard ha dovuto compiere per i rapporti con il signor Jeffrey Epstein, finanziere americano accusato di violenze sessuali e traffico di minori, morto suicida in circostanze non chiare il 10 agosto 2019 nel carcere di Metropolitan Correctional Center di New York. L’uomo, che al momento del decesso aveva 66 anni, è noto per essere stato molto ben introdotto nelle élite politico economiche di mezzo mondo: politici, imprenditori, attori, registi, perfino un membro della famiglia reale inglese (il principe Andrea), tanti hanno avuto a che fare con Epstein.

Le accuse su di lui sono pesantissime: ripetuti abusi nei confronti di ragazze e traffico sessuale di minori, c’è anche la faccenda del famigerato Boing 767 denominato “Lolita express” con cui accompagnava i suoi importanti amici e su cui su si sarebbero consumati rapporti con minori. Ma che c’entra la scienza? C’entra dice la Oreskes su Scientific American, perché il mea culpa che ha dovuto sostenere una delle università più prestigiose del mondo svela una realtà, quella «dell’’integrità della ricerca quando gli individui possono scegliere e scegliere linee di indagine che li attraggono semplicemente perché possono pagarle».

«Più di due terzi delle donazioni di Epstein – 6,5 milioni di dollari – sono andati al direttore del Program for Evolutionary Dynamics,  Martin Nowak. Epstein ha incoraggiato altri a dare 2 milioni di dollari al genetista George Church». Peccato, scrive la Oreskes, che Epstein efosse «un eugenetista i cui interessi erano legati all’idea delirante di seminare la razza umana con il proprio DNA. Data questa posizione, è particolarmente preoccupante che abbia concentrato la sua generosità sulla ricerca rivolta alla base genetica del comportamento umano».

«Dovrebbe preoccuparci», continua la professoressa, «il fatto che un uomo corrotto prenda decisioni che influenzano la ricerca in una delle principali università statunitensi. Non aveva competenze accademiche, eppure faceva scelte efficaci su quali iniziative di ricerca fossero interessanti e promettenti». Peraltro, si legge che quando il finanziere ha cominciato ad attraversare guai giudiziari «diversi membri di facoltà lo hanno difeso» anche solo per amicizia, visto che Epstein da tempo aveva avuto libero accesso ad Harvard e aveva saputo farsi amici importanti. Per un periodo si è fatto nominare «borsista» e poi ha avuto anche «un ufficio nel campus e una chiave magnetica e un codice di accesso con cui poteva entrare negli edifici durante le ore di riposo».

«Queste cose sono venute alla luce perché Epstein era un criminale», chiude la Oreskes, «ma Harvard non è il solo ad accettare denaro contaminato. Le università devono sviluppare politiche per garantire che il finanziamento della ricerca sia basato sul merito, non sul clientelismo, e i ricercatori che cercano la fiducia del pubblico devono essere in grado di dimostrare che le loro bussole etiche non sono deviate dal magnetismo del denaro».

È davvero un dio molto pagano quello della scienza divinizzata, la quale, invece, non ha nessuna colpa. Anzi, oggi come non mai ad essere bisognosa di aiuto è proprio la scienza, che sa quali sono i suoi limiti e le sue potenzialità, lei che deve essere ascoltata veramente per quello che ha da dire nel suo campo di indagine. Ma che viene facilmente abusata e pertanto deve essere ben vagliata.


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