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NEWS 2 Febbraio 2022    di Raffaella Frullone

Accogliere la vita è una cosa da uomini. Lo dice la scienza.

Il corpo è mio e lo gestisco io. Almeno questo era il motto delle femministe negli anni Settanta quando a gran voce chiedevano il diritto ad abortire, insieme ovviamente alla contraccezione. Ma lo slogan viene smentito – oltre che dalla realtà dei fatti – anche da un rapporto pubblicato di recente dall’organizzazione pro life americana Care Net, una realtà che con 1.100 affiliati e 30.000 volontari, fornisce supporto a uomini e donne alle prese con gravidanze indesiderate e che dal 2008 a oggi ha salvato più di 823 mila bambini dall’aborto stesso. Ebbene Care Net ha commissionato uno studio a Lifeaway Research, studio che è stato condotto esattamente un anno fa, tra febbraio e marzo del 2021 coinvolgento mille uomini, o meglio padri, di età superiore ai 18 anni il cui bambino era stato abortito.

L’indagine si proponeva di mettere in luce il ruolo del padre nella scelta compiuta dell’interruzione di gravidanza; alla domanda sull’influenza sulla decisione finale presa dalla mamma, il 42% ha risposto di aver raccomandato l’aborto alla propria partner rispetto al 27% che lo ha invece scoraggiato . Tuttavia, per il presidente e amministratore delegato di Care Net Roland Warren, il dato più significativo è legato al 31% di chi ha risposto al sondaggio dichiarando di non aver consigliato nulla alla propria fidanzata o moglie o compagna e che invece, secondo lo studio, sarebbero stati tacitamente contrari all’aborto.

«La nostra prospettiva è che se il padre non ha detto nulla, non è perché voleva che lei abortisse il bambino, bensì il contrario. La cultura ha influenzato così tanto gli uomini negli ultimi 40 anni che coloro che normalmente aiuterebbe la propria compagna a portare a termine la gravidanza, oggi spesso tacciono» aggiunge Warren.

Colpisce che la maggioranza dei partecipanti ritenga che la decisione di abortire non debba essere presa unilateralmente. Rispetto al 21% secondo cui «l’uomo non ha alcun ruolo» in questa decisione, il 67% è favorevole che il padre abbia la facoltà di incidere sulla decisione, che – sottolineano – dovrebbe essere consensuale. Quello che emerge invece è che l’uomo si sente libero di intervenire solo quando è a favore dell’aborto e non quando al contrario vorrebbe tenere il bambino, esprimerlo è considerata un’ingerenza in una società che cerca di buttar fuori il padre dalla vita dei figli ancora prima che vengano al mondo.

Eppure che si diventa padri prima della nascita lo dice la scienza. Sì proprio quella scienza tanto invocata in questo periodo. Recenti sudi sulle neuroscienze della paternità, focalizzati sul cervello dei papà nel corso della gravidanza, evidenziano come non solo la madre ma anche il padre possa sperimentare una forma di empatia col nascituro, attività che aumenterebbe le probabillità di sviluppare soddisfazione e benessere ponendo le prime embrionali basi per il rapporto fondamentale padre figlio.

Sebbene il primato del ruolo della mamma nei nove mesi di gravidanza non sia chiaramente in discussione, lo studio evidenza che il ruolo del padre è tutt’altro che secondario, il lavoro di specifiche aree del cervello dimostra di influire sulla qualità della futura paternità associata a conseguenze positive sui figli tra cui tassi più bassi di problemi psicologici e comportamentali, un migliore sviluppo cognitivo ed emotivo e risultati educativi.

Accogliere la vita è una cosa da uomini, dunque, lo dice la scienza.


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