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Adinolfi: «Come i nostri nonni ci liberarono dal fascismo, a noi tocca liberarci dell’aborto»
NEWS 6 Maggio 2023    di Valerio Pece

Adinolfi: «Come i nostri nonni ci liberarono dal fascismo, a noi tocca liberarci dell’aborto»

Da anni Mario Adinolfi si impegna ad approfondire con il suo appeal intellettuale i temi bioetici. Anche per questo è un oratore ricercatissimo dalle tv pubbliche e private oltre che una penna graffiante; se ne accorgeranno i lettori di Contro l’aborto. Con le 17 regole per essere felici (Youcanprint), ultimo pamphlet del giornalista e politico romano. Prima di trasformarsi in un rigoroso discorso a trame strette sul «grande scandalo del nostro tempo», il libro parte poeticamente, con la descrizione delle condizioni della famiglia Adinolfi nel dicembre del 1970, momento in cui lo scrittore è stato concepito dalla ventiquattrenne australiana Louise Deirdre e dal ventisettenne Ugo, attore alla ricerca del “posto fisso”.

POVERI MA BELLI

«Entrambi non erano laureati, entrambi non avevano i genitori in città, per casa avevano un sesto piano senza ascensore davvero minuscolo al quartiere romano del Testaccio, allora molto popolare e anche piuttosto pericoloso». Oggi, sottintende l’autore, basterebbe un siffatto contesto sociale a legittimare moralmente la scelta di interrompere la gravidanza. Difficile dargli torto, specie se si vanno a vedere le vere cause del fenomeno, che il libro squaderna nel modo più semplice possibile, inanellando una serie di domande e risposte. «Quante donne abortiscono per malformazione del feto? L’1%. Quante per via del fatto che la gravidanza è conseguenza di uno stupro? Lo 0,14%.% […] Quante perché la gravidanza mette in pericolo la vita della madre? Lo 0,28%. Quante perché la maternità comprometterebbe la salute psicologica e emozionale della donna? L’1.7%». Ecco allora il vero motivo, con la relativa abnorme percentuale: “Oltre il 95% delle donne intervistate ha dichiarato che l’interruzione della gravidanza […] era un effetto […] di un rapporto sessuale non responsabile». L’aborto come metodo anticoncezionale, somma ingiustizia di una società sazia e disperata.

LA PARABOLA DELL’ABORTO: DA TRAGEDIA A DIRITTO.

 Nel saggio ci si chiede come sia potuto accadere che il plurimillenario stigma sociale intorno all’aborto (il giuramento di Ippocrate già nel IV secolo avanti Cristo imponeva al medico di non somministrare farmaci che potessero causarlo) sia stato demolito così fragorosamente. Da tragedia a diritto senza colpo ferire: come è possibile? La risposta è tutta in un inglesismo oggi molto in voga: fake news. «La più oscena campagna di fake news che l’Italia ricordi», sulla quale «ancora oggi nessuno ha chiesto scusa». A partire lancia in resta fu il Partito Socialista Italiano, che nel ’71, presentando per primo un progetto di legge per la legalizzazione dell’aborto, arrivava a scrivere che «in Italia c’erano tre milioni di aborti clandestini l’anno che causavano la morte di ventimila donne ogni dodici mesi».

A questi numeri mostruosi, campati per aria ma funzionali allo spargimento del terrore (ogni epoca ha il suo), si accodarono immediatamente Espresso, Corriere della Sera, la neonata Repubblica, un saggio dell’editore Marsilio a cui fu data amplissima diffusione. Il sottofondo musicale di un’operazione ormai difficilmente scalfibile venne offerto da Guccini con la sua Piccola storia ignobile. Peccato però che quando i numeri – stavolta finalmente ufficiali – certificarono che nel ’79 abortirono “solo” 189.000 donne, risultò tutto chiaro: i numeri inventati servivano per preparare il terreno a quella legge 194 «che avrebbe fatto costume arrivando a uccidere sei milioni di bambini». Inutile dire che quei “professionisti dell’informazione” (che poi sono gli stessi di oggi) non si abbassarono mai a rettificare alcunché.

LE “FAQ” («LUOGHI COMUNI SMONTABILI IN 8 SECONDI»)

Malgrado il tema, leggendo Contro l’aborto capita anche di sorprendersi a sorridere. In un capitolo intitolato “FAQ”, Mario Adinolfi espone le cinque Frequently Asked Questions che gli abortisti rovesciano ossessivamente sui prolife. Lasciando al lettore le domande e le risposte (perfette per i dibattiti scolastici), spoileriamo la prima, nella speranza che motivi a non indietreggiare più in pubblico. «Sei contro l’aborto anche se il figlio deriva da uno stupro?» (ogni FAQ formale viene associata ad una versione “più sguaiata”: «Vorrei vedere te se tua figlia e tua sorella rimanessero incinta dopo uno stupro. Saresti ancora contrario all’aborto?»). Alla domanda Adinolfi risponde così: «Non c’è alcuna ragione per cui al male di una violenza sessuale di debba sommare il male di una sentenza di morte», e se è comprensibile che «la donna non voglia avere una relazione da madre con il frutto di uno stupro», senza arrivare a «infliggergli una pena capitale ingiustificata», la donna «lo partorirà e lo lascerà in adozione». Semplicità, chiarezza, verità.

BOBBIO, PASOLINI E UNA SINISTRA IRRICONOSCIBILE

Nel libro si incontrano poi gli scritti di due intellettuali liberi, che il tempo rende sempre più incompatibili con una sinistra che quando, per un attimo, smettesse i panni del laicismo spinto, si perderebbe in inutili frivolezze in stile armocromia. Ci riferiamo a Pier Paolo Pasolini – che in un celebre articolo si diceva «traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto», perché «lo considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio» –, e del troppo presto dimenticato Norberto Bobbio, il quale parlò del «diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale non si può transigere», «lo stesso in nome del quale sono contrario alla pena di morte».

«SU 199 STATI, 125 RIFIUTANO L’ABORTO».

Dopo il capitolo su Madre Teresa e il suo attualissimo discorso all’ONU («l’aborto come vero distruttore di pace»); dopo quello dedicato al magistero dei Papi sul tema in oggetto; dopo il capitolo sulle «Diciassette regole per essere felici» (perché, come si legge in quarta di copertina, «non è l’aborto ad essere in discussione, ma la possibilità di una vita umana felice e pacifica»); dopo i carotaggi sul ribaltamento della sentenza Roe vs Wade (che l’autore etichetta con un aggettivo che solo i difensori della vita possono davvero comprendere: «meraviglioso», come si direbbe a un quadro di Raffaello), a un certo punto il lettore viene scosso da un dato, poco noto anche agli addetti ai lavori. Nient’altro che un elemento numerico capace, da solo, di riattivare infinite consapevolezze e possibilità: su 199 ordinamenti nazionali riconosciuti dall’Onu, 125 non riconoscono alcun diritto all’aborto. «Non riconoscono», è bene ripeterlo. Scrive Adinolfi: «Apprendere che è la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo ad avere leggi contrarie all’aborto è spesso fonte di choc intellettuale per gli abortisti occidentali, eppure è un dato fattuale da chiunque verificabile».

«È UNA BATTAGLIA CHE SI PUÒ VINCERE»

Se in Italia, dove ogni anno nascono meno di 400.000 bambini, l’IVG viene censita in 66.000 casi (ogni sei nati un aborto), l’umanità, considerata nel suo complesso, semplicemente rifiuta quella legge. In stragrande maggioranza. Questo dice che la battaglia si può vincere. Intorno allo scandalo di una società opulenta che uccide i suoi figli pretendendo che questo sia un diritto, Adinolfi chiosa: «I nostri nonni ci hanno liberato dal nazifascismo, i nostri genitori ci hanno liberato dal comunismo, ora tocca a noi battere la cultura di morte dell’abortismo, che nell’ultimo mezzo secolo, grazie a imbrogli e dati platealmente falsificati, si è imposta in Occidente». Ci riusciremo? (Foto libro di Adinolfi/Imagoeconomica)

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