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NEWS 11 marzo 2020    di Giulia Tanel
«I valori biblici aiutano a gestire meglio le relazioni e il lavoro»

Incarnare i valori cristiani in ogni attimo della giornata, anche in ambito lavorativo (dove magari si è sommersi da mille incombenze noiose, o ci si deve relazionare con il collega antipatico oppure con il capo che avanza continue pretese), è possibile? Il lavoro ci allontana dal Signore, oppure ci avvicina a Lui? Essere cristiani implica degli “obblighi” che si scontrano con il mondo professionale, oppure possono essere “il là” che apre al successo?

A giudizio di Alain-Joseph Setton, scrittore e biblista, la fede e le responsabilità ad essa correlate non sono affatto uno svantaggio in ambito professionale, anzi. Il fatto di vivere «con Cristo, per Cristo e in Cristo» consente alle persone, e di conseguenza alle aziende, una resilienza del tutto particolare. Infatti, afferma, i valori evangelici «sono una garanzia di successo e sono importanti per il futuro dell’azienda. La fede consente di vivere meglio. Dà senso all’esistenza, alle prove e ai conflitti. Li trasforma in punti di supporto per trasformarci e crescere spiritualmente. Come la stella di un pastore, i valori biblici aiutano a gestire meglio le relazioni e la vita lavorativa». Questo alla luce del fatto che il cristianesimo mette in primo piano la persona, non il denaro come invece spesso avviene: chiaramente il profitto non va perso di vista, ma non va perso un sano equilibrio tra le due componenti, discernendo alla luce della fede ciò che è buono e ciò che invece risponde ad altre logiche. E, sempre partendo da questi presupposti, si capisce che in un’azienda diventa possibile discutere, confrontarsi e anche mostrarsi in disaccordo, perché si ha come dato comune – oltre alla considerazione della persona, come si diceva – uno spirito costruttivo e comunemente volto alla crescita. «Il non detto», sostiene ancora Setton, «è un veleno per la relazione, mentre va favorito un dialogo che sia il più possibile egualitario, pur nella differenza gerarchica tra i componenti: «si parla direttamente, semplicemente e con gentilezza. Questo rapporto di fiducia è più “win-win”, è più responsabile, è più cristiano, in breve».

Un altro dato su cui porre attenzione è quello della carriera. L’aspirazione a un lavoro migliore, o a migliorare la propria posizione o la propria entrata economica è propria di tutti e, in sé, non è sbagliata. Tuttavia, ne va considerata l’origine: se si tratta di una motivazione volta a mettere a frutto i propri talenti, va assecondata e coltivata; di contro, se alla base vi è un moto di gelosia, va disinnescata, perché non porta a nulla. Un discorso, questo, che apre la riflessione sul tema dell’umiltà, che solitamente vediamo diminuire più si avanza nella scala gerarchica. In proposito, Setton chiarisce che «umiltà non significa svalutazione di se stessi, dei propri successi o mancanza di fiducia nelle proprie capacità. La vera umiltà è la capacità di sfidare se stessi, di ascoltare gli altri, di osservare e di analizzare, senza essere gravato dall’ego. È una risorsa nella vita, come negli affari». Ed è anche una virtù che consente di riconoscere e manifestare i propri errori, per ripartire con nuovo slancio.

Arrivando quindi al tema della conciliazione famiglia-lavoro e alla chiamata, per ognuno, di proclamare il Regno di Dio, lo studioso chiarisce che un dato fondamentale è la coerenza, unita al fatto di preservarsi liberi dai vincoli del conformismo; questo si traduce, da un lato nel saper dare la giusta priorità al coniuge e ai figli, mentre dall’altra evita uno sterile proselitismo in favore di una testimonianza che passa «attraverso la qualità dell’essere, la coerenza con dei valori, il senso di servizio, il rispetto, l’apprezzamento degli altri, la gentilezza. In una parola, la capacità di amare. Che si approfondisce ogni giorno. Si può essere il lievito nell’impasto ovunque si è. Se ci si relaziona con Gesù, si possono fare miracoli. A una condizione: che si abbia fede».


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