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NEWS 24 Novembre 2022    di Federica Di Vito

All’Università si parla di «abolire la famiglia»

«Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio», fu Hillary Clinton a citare questo proverbio africano in un discorso alla Convention e ci scrisse anche un libro, intitolato proprio così, It takes a village.Nell’immaginario comune, al sentire questa frase, viene in mente un nucleo famigliare forte, fatto di collaborazione tra genitori, nonni, zii, fratelli e sorelle. Una rete intessuta di solide relazioni. Se esce dalla bocca di una studiosa ed esperta “femminista”, però, prende tutta un’altra piega. Di quale tipo di villaggio stiamo parlando?

È Sophie Lewis, esperta di politica e filosofia femminista, trans e queer, a illuminarci con il suo libro Abolish the Family: A Manifesto for Care and Liberation, ottobre 2022. E se una volta all’Università si seguivano approfondimenti su argomenti di rilevanza storica, culturale, politica, letteraria o scientifica, oggi c’è il rischio che ci venga detto che la famiglia non esiste. Sì, avete capito bene. Il 16 novembre la Lewis ha parlato all’UMass Boston a un evento con il titolo del suo libro, quindi, Abolire la famiglia: un manifesto di cura e liberazione. 

Lewis ha più volte affermato nei suoi scritti e in alcune interviste che il suo obiettivo è quello di proporre una nuova nozione di paternità e maternità in un senso più universale, in cui i figli non sono “proprietà” dei genitori, ma vengono cresciuti dalla società nel suo complesso. Il Center for Humanities, Culture and Society dell’UMass di Boston, ha descritto il suo intervento come un «lavoro senza paura e rigoroso che rompe con i modi tradizionali di pensare alle istituzioni come la famiglia». Su un volantino di promozione del libro della Lewis si legge “Full Surrogacy Now: Feminism Against Family” (Completa maternità surrogata: il femminismo contro la famiglia). «Ogni gravidanza sia per tutti. Rovesciamo, insomma, la famiglia», afferma nella descrizione online del libro.

In breve, la Lewis propone di mettere al centro l’esperienza della maternità surrogata per riconoscere che la riproduzione è un lavoro produttivo. «Una nuova concezione dell’amore – un amore liberato dalle strutture della biologia o delle circostanze, un amore che riconosce che i bambini appartengono a tutti», così in copertina Jessica Weisberg, New Yorker, commenta. Critica verso l’inadeguatezza medica ed economica del mercato della maternità surrogata, la Lewis sostiene che bisogna conferirgli più valore, un volto nuovo. Più maternità surrogata, meno famiglia. «Suppongo di essere chiamata alla sfida di pensare a queste domande davvero difficili su come quelle sfere intime siano influenzate dal capitalismo e su come siano politiche», ha detto in un’intervista con Ben Smoke di Verso Books. E non dobbiamo pensare alla Lewis come a un caso isolato un po’ esagerato. No, dietro c’è tutto un movimento volto a sfidare la «retorica della maternità».

E se la famiglia non fosse l’unico posto in cui potresti sperare di sentirti al sicuro, amato, curato e accettato? E se potessimo fare meglio della famiglia? Questo il concetto che propongono i cosiddetti “abolizionisti della famiglia”. Con gli occhi della fede, è molto ovvio il processo che sta alla base di qualsiasi manifesto che mira a far fuori la donna, la famiglia, il matrimonio. La verità della Genesi, che mostra come Dio abbia pensato all’uomo e alla donna per potersi rispecchiare nella loro unione, per renderli partecipi del meraviglioso progetto creativo, viene così soppiantata e calpestata. E siamo sempre lì, l’uomo che si mette al posto di Dio. Allora è lecito scegliersi i genitori, i parenti, scegliere ciò che la sola volontà umana giudica essere migliore.

È lecito smantellare il concetto di padre, di madre. E perché no, andando anche contro alla genetica. Ribellandoci a ciò che ci costituisce, anima e corpo. Certo, isolare i nostri figli tra le mura domestiche non è di beneficio per nessuno. Ma la linea tra proteggerli e darli in pasto alle ideologie che cavalcano oggi la nostra società e che mettono a rischio la loro identità è molto sottile. E, attenzione, occhi aperti su chi sostiene di sapere quale sia la migliore cosa per i nostri figli; perché sono gli stessi che molti di questi figli neanche li vorrebbero al mondo. Di nuovo, di quale tipo di villaggio stiamo parlando? (Fonte; fonte foto: Twitter)

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