giovedì 24 settembre 2020
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NEWS 29 gennaio 2020    di Giulia Tanel
Card. Cañizares: «Solo le dittatura dicono che i figli appartengono allo Stato»

«Non possiamo pensare in alcun modo che i figli appartengano ai genitori». Una frase netta, dal chiaro orientamento ideologico, questa pronunciata qualche settimana fa dal ministro dell’Istruzione dell’esecutivo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez, la settantenne Isabel Celaá, che non è passato inosservata e ha suscitato un importante dibattito, come il Timone ha già avuto modo di riportare. Il tema in questione è infatti fondamentale: qual è la prima agenzia educativa? La famiglia, oppure lo Stato?

LA LETTERA DELL’ARCIVESCOVO DI VALENCIA: I FIGLI NON APPARTENGONO AI GENITORI?

Antonio Cañizares Llovera

Sulla questione è entrato anche l’arcivescovo di Valencia, Antonio Cañizares Llovera (foto a lato), con la sua lettera settimanale pubblicata sabato 25 gennaio (qui il testo integrale), dal titolo: I figli non appartengono ai genitori?

Fin dal primo capoverso, senza tanti giri di parole, il cardinale entra in medias res: «È comunemente ammesso che è responsabilità della famiglia, dei genitori, il diritto e il dovere originale di educare la persona umana, i bambini, come persone che sono. Questa missione educativa dei genitori, radicata nel cuore più profondo dei loro genitori, si basa sulla loro partecipazione, per i credenti, al lavoro creativo di Dio e, per tutti, nella ragione. Solo i sistemi dittatoriali, le dittature affermano che questo dovere corrisponde allo Stato, poiché i figli non sono dei genitori, non appartengono ai genitori, ma allo Stato».

Dare semplicemente la vita, prosegue infatti Cañizares, non esaurisce la vocazione alla genitorialità: madre e padre sono chiamati a educare in maniera integrale i propri figli, per prepararli al cammino della vita. E questo anche alla luce del fatto che «la famiglia è la struttura dell’amore in cui scopri il meraviglioso evento della vita: dove impari ad amare, dove la libertà prende davvero forma e dove impari ad essere veramente e pienamente uomo».

I genitori hanno dunque il diritto di educare la prole, ma nel contempo ne hanno anche il dovere, prosegue l’Arcivescovo citando la Dichiarazione sull’Educazione Cristiana – Gravissimum Educationis e l’Esortazione apostolica post-sinodale sulla famiglia di papa Giovanni Paolo II, laddove si legge: «Il dovere educativo dei genitori è descritto come essenziale, correlato come è con la trasmissione della vita umana; come originale e primario, rispetto al dovere educativo degli altri; per l’unicità della relazione d’amore che esiste tra genitori e figli; in quanto insostituibili e inalienabili e, pertanto, non possono essere completamente delegati o usurpati da altri. Al di sopra di queste caratteristiche, non si può dimenticare che l’elemento più radicale, che determina il dovere e il diritto educativo primario e originale dei genitori, è l’amore paterno e materno, che trova la sua realizzazione nell’azione educativa, rendendolo pieno e perfetto. Il servizio alla vita».

Naturalmente, non si tratta di una responsabilità facile, tuttavia «questo compito dell’educazione familiare è di tale importanza che, quando manca, difficilmente può essere fornito» (GEM, 3).

La famiglia, chiosa dunque l’Arcivescovo, è – e deve rimanere – «la grande scuola della società. Costituisce il luogo naturale e lo strumento più efficace per l’apprendimento e la realizzazione dell’essere uomo, nonché per la personalizzazione della società. […]

Non può essere soppiantata da niente o da nessuno. Ciò è rivendicato non solo dal bene privato di ogni persona umana, ma dal bene comune, il bene della società, sempre inseparabile dal bene della persona. La società è, dovrebbe essere, al servizio della famiglia e della persona, anche nel campo dell’educazione; deve rispettarla e promuoverla, anche in questo campo; non può sostituirla in alcun modo, né invadere la sua missione inalienabile».


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