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Cardinale Siri: «Voi pregate?». L’attualità di una domanda
NEWS 24 Febbraio 2024    di Valerio Pece

Cardinale Siri: «Voi pregate?». L’attualità di una domanda

«Cari Confratelli, Diletti Figli! È il tempo, questo della Quaresima, in cui ciascuno di voi deve fermarsi e pensare all’anima sua. La Pasqua impone questa revisione chiara, umile, prudente. Molti di voi potrebbero essere diventati peggiori, molti potrebbero essersi irrigiditi nei loro difetti senza accorgersi che il tempo vola, molti potrebbero essersi resi così distratti da non pensare abitualmente più a nulla di serio. Chi ascolta o legge queste Nostre parole, le accolga come se fossero rivolte a lui solo. Ebbene: usiamo di un diritto divino ed entriamo arditamente nella vita di ciascheduno di voi per chiedervi: «Pregate?». Voi che avete tanto da fare, voi che vi aggirate da mane a sera tra volti e cose ed affari assolutamente profani, pregate? Voi che avete nulla da fare, perché dedicare troppe ore ogni giorno a chiacchiere e passatempi; voi che, facciate o non facciate, siete pieni di noia ed aumentate con ogni brivido la vostra noia, pregate?».

Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova (poi cardinale), nel febbraio del 1951 entrava in tackle scivolato nella vita del gregge a lui affidato, naturalmente in maniera ortodossa, prendendo cioè solo la palla (il destino e la vita dei genovesi) e con un’ottima scelta di tempo (la Quaresima). Lo faceva senza alcun timore reverenziale, e quindi senza inutili premesse, come si conviene a un vero pastore di anime e non a un amministratore di Onlus. Zero sociologia, zero verbosità. Ma soprattutto zero rimandi alle cose della terra. Ecco perché il suo incalzare è secco e tutto “verticale”: «Pregate?». Per poi spiegare subito il senso del suo incedere: «Pensare a Dio, a tutte le cose superne, alle verità Sue coll’affetto del cuore e pertanto ricordarsi di questo superiore mondo, accostarsi dentro di noi a quello e — pertanto — innalzarsi: questo è pregare». La preoccupazione di colui che ha ricoperto anche la carica di presidente della Conferenza Episcopale italiana dal 1959 al 1965, e che per due volte è stato ad un passo dall’essere Pontefice (si è detto che gli avevano anche trovato il nome, Gregorio XVII), è solo e soltanto finalizzata alla felicità dell’uomo, al suo «innalzarsi».

In questa modernissima esortazione quaresimale Siri spiega il senso del pregare, che non è solo «orazione della sera e del mattino». Tutt’altro (ed ecco il tratto affascinante dell’autorevolezza). «È ovvio […] che Noi chiediamo di più, assai di più. Noi chiediamo insomma se avete l’uso di animare la vostra vita, di schiarire il vostro senso morale, di rompere la materiale ed inaridente solitudine delle abituali occupazioni, parlando col Signore dentro di Voi o portando il pensiero Vostro su quel mondo che Lo riguarda e nel quale ci incontriamo colla Vergine Santissima, coi Santi, coi nostri Angeli, coi nostri cari Defunti, colla verità, colla giustizia e coll’amore, colla intima gioia e colla pace». Un programma di vita nel capoverso di una lettera pastorale.

Giuseppe Siri a 38 anni sarà il più giovane vescovo italiano, e a 47, per volere di Pio XII, anche il più giovane cardinale. Eppure, durante l’occupazione tedesca, è costretto a vivere sull’appennino ligure, in clandestinità. Riuscirà, poi, non solo a nascondere molti ebrei, ma anche a convincere i tedeschi ad abbandonare Genova senza distruggerla (il porto della città, minato con 360 bombe, era pronto a saltare in aria). Questo genovese, partigiano e anticomunista insieme, sempre pronto a partecipare alle vertenze industriali per salvare i lavoratori della sua Genova, nella sua lunga vita ne ha viste tante, ecco perché le sue parole pesano quando nella lettera pastorale scrive che «parlare col Signore è l’unica cosa logica», perché «in qualsiasi frangente non è affatto un estraneo».

In un Paese frastornato internamente dalla tragedia del Polesine e all’esterno dalla guerra di Corea c’era assoluto bisogno di stare coi piedi per terra. Che posto potessero avere la logica e la razionalità in un’esortazione quaresimale nell’Italia del ’51 lo dice il passaggio con cui il cardinal Siri fonde insieme il sentire umano, Dio e l’arte: «Molti di voi sentono il peso delle cose umane, quasi fossero uno scherzo insidioso e maligno. Ricordatevi che tutte le cose umane non hanno volto completo e non sorridono, se non rimangono abitualmente accanto alle cose divine. Senza di queste perdono un contorno, uno sfondo, un motivo, una linea ed il giusto colore; se a qualunque bella figura togliete una linea, avete un mostro. La preghiera portata coraggiosamente nella vita, rendendoci vicino il mondo di Dio, completa tutto e finisce sempre col donare un senso ed una interiore pace alla nostra esistenza. Perché soffrire inutilmente?».

Infine il pensiero ai giovani, che il cardinale non blandisce, non liscia, non asseconda. Ma che, proprio per questo, prende enormemente a cuore. «Giovani, a molti di voi sembrerà stucchevole e piccino il pregare. Attenti bene: le cose che ora nel clangor della piazza e del ritrovo, nella posa dei fortunati cialtroni, nelle arie delle recitazioni lattanti vi sembrano né stucchevoli né piccine, ad una ad una vi lasceranno. Le illusorie luci si attenueranno presto. Imparerete per tempo a stimare e consolidare quello che vi potrà accompagnare sempre. Voi, che avete dinnanzi più futuro e pertanto più imprevisto, avete, più degli altri, bisogno di pregare».

In una Quaresima 2024 in cui, senza mai rischiare di alzare lo sguardo al cielo, si passa dalla piccola saga di Sanremo a quella (piccolissima e triste) dei “Ferragnez”, la vera e spiazzante modernità è quella dell’arcivescovo “tradizionalista” Giuseppe Siri: «Voi pregate?».

(Fonte foto: Screenshot, Primocanale YouTube)