mercoledì 28 settembre 2022
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NEWS 26 Agosto 2022    di Giuliano Guzzo

Caro Letta, la materna obbligatoria ha radici totalitarie (e non fa il bene dei bambini)

È forse il solo vero tema nuovo che il Partito democratico di Enrico Letta è stato capace di portare in campagna elettorale; eppure è un tema quanto meno divisivo e che, non a caso, sta sollevando non pochi malumori in settori significativi del Paese come dimostrano, per esempio, i fischi che il segretario dem ha incassato al Meeting di Rimini. Stiamo naturalmente parlando della scuola materna obbligatoria. Una proposta che, nelle intenzioni di chi la condivide, dovrebbe portare ad una scolarizzazione di 150.000 bambini, che andrebbero ad aggiungersi agli 1,2 milioni – l’89% del totale – che risultano già iscritti alle scuole dell’infanzia statali e paritarie.

Ciò nonostante, in tanti stanno criticando quest’idea, che giudicano lesiva della libertà educativa familiare nonché un progetto dal sapore ideologico e che non considera come meriterebbe un aspetto rilevante: in non pochi Comuni italiani, specie nella parte meridionale della penisola, l’offerta di posti di nidi e asili non arriva al 15% dei bambini residenti. Oltre che contestabile, dunque, la proposta di Letta – il cui costo si aggirerebbe sui 300 milioni di euro – risulterebbe di fatto inapplicabile. Non è finita. Esistono anche riscontri di come l’istruzione obbligatoria dai 3 anni in avanti possa generare ripercussioni negative…proprio sui minori.

Lo suggerisce un testo di Paola Liberace, giornalista e studiosa di solide basi – si è formata alla Normale di Pisa – uscito qualche anno fa e intitolato, eloquentemente, Contro gli asili nido (Rubbettino, 2009)In quel volume, tra le altre cose, si ricorda che la pioniera a livello europeo, capace di «organizzare un sistema capillare di servizi educativi per la prima infanzia in Europa, fu la Germania dell’Est. Più di qualsiasi altra nazione industriale dell’Occidente, la DDR assunse su di sé l’onore dell’allevamento dei bambini. Ai tedeschi dell’est si deve il copyright degli asili nido “universali” […] gli orari di apertura seguivano fedelmente gli orari lavorativi delle loro madri: un minimo di dodici ore, con la possibilità di ospitare i bambini anche il sabato» (p.28).

Peccato che quell’esperienza non diede risultati felicissimi sui bambini, tutt’altro. Liberace infatti segnala che «le ricerche sulle fonti disponibili parlano di ripercussioni deleterie, derivanti dalla precoce e drastica separazione dei bambini dalle madri e dall’educazione rigorosamente collettiva, che lasciarono segni indelebili sulle loro coscienze: dall’aggressività nei confronti degli stranieri all’incapacità relazionale» (p.30). Eh ma allora c’era un regime, si dirà; nel 2022 e soprattutto in democrazia sarebbe diverso. Peccato che riscontri più recenti e studi eseguiti anche in contesti democratici vadano nella medesima direzione.

Per esempio, una indagine sugli asili nido a Bologna, pubblicata nel 2020 sul Journal of Political Economy, ha messo in evidenza come una permanenza più prolunga all’asilo nido, per i figli di nuclei economicamente non poveri, sia associata ad una riduzione nientemeno che del QI. Similmente, in un lavoro pubblicato nel 2019 sull’American Economic Journal: Economic Policy e focalizzato sull’esperienza canadese del Québec – che ancora nel 1997 aveva istituito l’assistenza all’infanzia per l’intera giornata e tutto l’anno per tutti i bambini di età inferiore ai 5 anni -, si è scoperto come in terza elementare gli alunni che avevano sperimentato più ore di assistenza non parentale fossero stati valutati dagli insegnanti come dotati di minori abilità sociali e propensioni all’applicarsi.

Non solo: più tempo trascorso negli asili nido era associato pure a più comportamenti problematici fino alla prima media e, nell’adolescenza, a più condotte a rischio come l’uso di alcol, tabacco e droghe, furto o danneggiamento di proprietà; e tutto questo, attenzione, a prescindere da quali fossero la qualità dell’asilo nido e il background socioeconomico della famiglia di provenienza. Ciò significa che, anche là dove l’educazione ai piccoli non cede il passo all’indottrinamento gender – cosa che avviene ormai regolarmente in molte nazioni occidentali, dagli Usa al Canada -, essa comunque non va sopravvalutata.

Naturalmente, non bisogna neppure demonizzare gli asili nido, dove spesso e volentieri lavora personale competente e appassionato. Il punto, però, tornando a noi, è che l’asilo nido obbligatorio è qualcosa che non appare convincente e che è difficile considerare un bene; di certo non lo è per la libertà educativa delle famiglie e per gli stessi minori. Tutto questo qualcuno di buona volontà dovrebbe farlo presente pure ai dem, specificando che il fatto che in Europa alcuni Paesi abbiano già preso questa strada non la rende più attraente, anzi: soprattutto vedendo qual è stato il primo.

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