mercoledì 23 giugno 2021
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NEWS 2 febbraio 2021    di Raffaella Frullone

Caso Pell, giornalisti colpevoli. Lo dice il tribunale

Sì è discusso molto dei social media nelle ultime settimane, soprattutto dopo la decisione dei Big della Silicon Valley di silenziare Donald Trump, presidente americano ancora in carica nei giorni in cui Facebook e Twitter hanno sospeso in maniera definitiva i suoi account. Una scelta che hanno pagato, poiché milioni di utenti hanno a loro volta chiuso i propri account, tanto che il titolo di Twitter in borsa è arrivato a segnare -10% e Facebook oltre il 3%. «È censura», hanno denunciato in molti, e si è riacceso il dibattito sul ruolo dei Social che di fatto si comportano da editori.

In pochi però hanno rilevato come i media tradizionali funzionino nello stesso identico modo, accendono i riflettori dove lo ritengono, e li spengono su quello a cui non vogliono dare spazio. Solo quello che campeggia sulle pagine di un grande quotidiano, o viene riportato al Tg, viene considerato notizia, ma anche questa, nei fatti, può essere una manipolazione della realtà.

Emblematica quindi diventa la notizia che arriva dall’Australia. Titola la BBC: «Caso Pell: le testate australiane ammettono di aver violato il divieto di embargo». Scrive la Reuters: «I media australiani si dichiarano colpevoli di violazione dell’ordine di ingiunzione sulla condanna di Pell»

Ma che cosa è successo? Una dozzina di testate australiane si sono dichiarate colpevoli per aver violato un embargo, ovvero per aver riferito informazioni secretate sul processo e la successiva condanna del cardinale George Pell nel 2018 per violenza sessuale su minori. Il tribunale della County Court di Victoria aveva infatti imposto un embargo su alcuni elementi processuali. L’obiettivo del tribunale era quello di garantire un processo equo, ma così non è stato poiché Pell – che già era su tutti giornali – di fatto è stato bersaglio di una gogna mediatica senza precedenti in Australia. Non solo, ha trascorso in carcere 13 lunghi mesi prima di essere prosciolto dalle accuse lo scorso anno.

Solo oggi però decine di testate, giornalisti ed editori hanno ammesso in tribunale di aver violato la legge anche se in diversi casi hanno spiegato che questo è avvenuto solo perché all’estero erano già stati pubblicati le informazioni in questione. Oltre all’ammissione, seguita all’accusa di oltraggio, gli editori si sono anche sobbarcati le spese legali, sebbene abbiano voluto precisare che i giornalisti coinvolti stavano «soltanto facendo il proprio lavoro».

La vicenda non è ancora terminata del tutto, poiché tra dieci giorni ci sarà una nuova udienza, ma il reato può essere punito con una reclusione fino a cinque anni, multe fino a quasi 100.000 dollari australiani per le persone fisiche e quasi 500.000 dollari australiani per le aziende. La vicenda dovrebbe aprire gli occhi anche a chi ancora crede che le testate e i giornalisti siano neutri e siano unicamente guidati dalla ricerca della verità. In realtà anche i media tradizionali possono silenziare alcune notizie e fare da cassa di risonanza ad altre in virtù degli stessi identici meccanismi che i social network hanno utilizzato con Trump. Con l’aggravante di essere dei “professionisti dell’informazione”.


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