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NEWS 27 maggio 2021    di Redazione

C’è qualcuno sotto casa. Il piano di ripresa parte da noi

Un giro nel quartiere, la riscoperta di un vecchio negozio, quella azienda che fa un vino incredibile, le botteghe artigiane in cui c’è qualcuno che ci mette la faccia. Non si tratta di tornare al bel mondo antico, ma di resistenza, anzi di dare corpo a un vero piano nazionale di ripresa che parta dal locale. Più di mille chiacchiere sul boicottaggio alle multinazionali che danno soldi a cose che non ci piacciano, più di mille inchieste giornalistiche su dove vanno i nostri denari, più di pagine e pagine di questionari, noi vi diciamo che c’è qualcuno sotto casa.

Questa è la proposta concreta che il Timone fa ai suoi lettori: raccontateci una di queste realtà di impresa locale, non importa quanto grande, ma quanto abbia a cuore questa filosofia, quella di chi riparte dalla propria terra, dal proprio lavoro, dalla propria gente e dalla propria tradizione culturale e spirituale. C’è qualcuno sotto casa? Raccontalo! Invia 3500 battute spazi compresi con qualche foto a sottocasailtimone@gmail.com 

La redazione sceglierà quali pubblicare, per dare una faccia a tanti che sono già lì, sotto casa che vi aspettano (L.B.)

di Giuliano Guzzo

Come ribellarsi allo strapotere di finanza e multinazionali in modo fecondo e costruttivo e non già rabbioso, alla stregua per capirci dei no global? Si tratta di un dilemma che, a sorpresa, iniziano seriamente a porsi anche là dove hanno sede la gran parte di queste realtà, ossia negli Stati Uniti, dove ci si sta rendendo conto che la gran parte del grande capitale sposa praticamente tutte le cause liberal, incluse le più estreme: dalle battaglie per i cosiddetti diritti civili a Black Lives Matter, dal supporto alle Ong immigrazioniste alle iniziative per smantellare le forze di polizia. Insomma, il potere economico – oltre che poco incline al rispetto dei lavoratori – è sempre più univocamente politicizzato; di qui la necessità di un rimedio, tempestivo ed efficace.

Ebbene, diversamente dalle ricette fallimentari finora adottate – su tutte, quella dello sterile e ininfluente boicottaggio -, una strada alternativa forse c’è, e consiste nel «Go Smalll and Go Local», ossia nella riscoperta del piccolo e del locale, dell’artigianato e del territorio, della famiglia e del prossimo, insomma delle radici. L’idea, in questi giorni rilanciata da Steve Baldwin sulle colonne di The American Conservative, parte anzitutto da un’autocritica. «Parte del problema», scrive infatti Baldwin, «è che noi conservatori non abbiamo fiatato quando, 60 anni fa, le grandi catene aziendali sono entrate nelle nostre comunità spazzando via i piccoli negozi. Ed ora eccoci qui: schiavi di giganti che detestano i nostri valori e la nostra cultura».

Per contestare efficacemente un simile sistema, si legge sempre su The American Conservative, bisogna partire da una riscoperta: «La maggior parte delle comunità ha mercati locali, spesso indicati come a base agricola. Ma a ben vedere essi comprendono anche banche, servizi, piccole attività in lotta per la sopravvivenza». In effetti, a maggior ragione in un Paese come l’Italia, dove l’impresa a conduzione o a base familiare è prevalente o comunque molto radicata, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dalla cantina sociale alla storica fabbrica, dall’artigiano alla cassa rurale, dal piccolo editore al negoziante di quartiere, c’è tutto un affascinante microcosmo – in gran parte già decimato in questi anni, purtroppo – che può, forse deve essere salvato.

Per un motivo, si badi, etico prima che economico, dato che consentire – acquistandone i prodotti e i servizi – alla tal piccola e storica attività cittadina di sopravvivere, significa non solo arginare lo strapotere del grande capitale sans frontières; vuol dire anche rilanciare una filosofia, un modo di vedere le cose che è strettamente collegato a quello cristiano, ossia quello del radicamento e della famiglia, delle relazioni in antitesi all’anonimato, dell’umano in alternativa allo speculativo. Se si riflette su questo, forse diventa meno difficile sborsare qualche euro in più (il grande capitale è imbattibile sulla mera convenienza), per allungare la vita a piccole attività che, oltre ad una loro storia, hanno anche una loro funzione civica.

Non va infatti dimenticato come, nell’ottica meramente imprenditoriale, le piccole attività tendono ad essere soppiantate dalle grandi catene che però, per operare, hanno bisogno spazi adeguati di cui spesso i centri storici italiani sono privi, e che portano quindi a preferire l’opzione dei centri commerciali o degli outlet. Ecco che allora aiutare le realtà locali diventa anche un modo per proteggere l’identità di piazze e vicoli, di borghi e tesori di cui la penisola italiana è costellata come nessun’altra. Non si tratta, beninteso, di privarsi della possibilità di acquisti anche di provenienza estera, né di inseguire un’ingenua autarchia.

Si tratta, questo sì, di non dimenticare la propria impresa, la propria gente, la propria terra. In definitiva, di non dimenticare quello che l’indimenticabile Giovannino Guareschi aveva romanticamente chiamato il Mondo Piccolo e che, se ci pensiamo bene, non esiste solo nella Bassa. Basta guardarsi attorno e, se possibile, spendere bene i propri denari oltre che il proprio tempo.


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