mercoledì 29 giugno 2022
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NEWS 11 Maggio 2022    di Raffaella Frullone

Chi attacca Elisabetta Franchi, in fondo, la pensa come lei

E così, dopo giorni, ancora non si placa la bufera sull’uscita di Elisabetta Franchi che obiettivamente, come si dice in gergo, l’ha fatta fuori dal vaso. Partecipando all’evento “Donne e moda: il barometro 2022”, organizzato la scorsa settimana dal quotidiano Il Foglio, l’imprenditrice della moda ha avuto l’ardire di dichiarare: «Io oggi le donne le ho messe [assunte nei ruoli dirigenziali], ma sono “anta“. Ragazze cresciute. Se dovevano sposarsi, si sono già sposate, se dovevano fare figli, li hanno già fatti, se dovevano separarsi hanno fatto anche quello e quindi diciamo che io le prendo che hanno già fatto tutti e quattro i giri di boa. Sono tranquille e con me al mio fianco, lavorano h24. Questo è importante».

E così, con questa uscita che definire infelice è generoso, si è guadagnata gli strali da destra e da manca. Intanto è stata denunciata per comportamenti antisindacali dalla Cgil, poi, tra gli altri, si sono scagliati contro di lei l’ex ministro Marianna Madia, che ha bollato le sue parole come «una somma di stereotipi sciocchi», l’avvocato  Cathy La Torre, che ha twittato lo slogan «avere un utero non è una colpa» e Selvaggia Lucarelli, che ha paragonato l’intervento a «una macchietta alla Checco Zalone». Giusto così, ma proviamo ad andare più a fondo.

Ultima in ordine di tempo, sul caso è intervenuta anche Elena Bonetti, ministro per le pari opportunità, che pur essendo presente al convegno a cui ha parlato la stessa Franchi, ha aspettato diversi giorni prima di intervenire. «Sono state frasi forti – ha poi finalmente dichiarato  – che hanno evidenziato criticità e discriminazioni, e mettono in luce anche reali difficoltà delle aziende nei confronti del lavoro femminile e della maternità. Alle quali ho risposto spiegando quali misure concrete, a cominciare dal Family Act, il governo ha messo in campo proprio per evitare questa discriminazione. Dagli asili nido ai congedi parentali per i padri».

Asili nido e congedi parentali ai padri. Eccolo il punto. Solo che questa è esattamente la direzione in cui spinge il mondo contemporaneo, non solo la politica ma anche la cultura: l’obiettivo delle civiltà perbene, quelle europee, quelle illuminate, progredite, emancipate, è fare di tutto affinché la donna si liberi del “fardello” del pargolo per poter rientrare al lavoro quanto prima e starci “liberamente”, il più a lungo possibile. Non per altro le raccomandazioni al femminile che vanno per la maggiore sono generalmente «Aspetta a fare dei figli», «prima studia, trova un lavoro, sistemati», «mi raccomando, usa le protezioni», il figlio dunque visto come un intralcio alla “vocazione” lavorativa.

Ma allora che differenza c’è con Elisabetta Franchi? Forse nessuna, forse lei ha soltanto avuto l’ardire di dire quello che tutti pensano ma non osano palesare ovvero che la maternità è un ostacolo e va ridotto il suo “impatto” il più possibile. Per la Franchi, da imprenditrice, l’impatto va ridotto perché si riversa sulla produttività aziendale, ma per tutti gli altri, mondo femminista e politicamente corretti vari, va ridotto perché penalizza la carriera.  In entrambe le visioni la collocazione ideale di una madre è al lavoro e quella del figlio è da qualunque altra parte purché non “disturbi”.

Ma allora perché strapparsi i capelli? Molti tra coloro che hanno insultato la Franchi, pensano in fondo come lei, che la donna debba poter essere aiutata a lavorare. Solo che c’è quel minuscolo, insignificante dato di natura che vuole che le madri nei primi anni di vita del bambino, generalmente desiderino stare con il neonato. Non vogliono asili nido, e nemmeno congedi per i padri, vogliono poter stare con i figli. Sarebbe forse bello un mondo del lavoro e una politica che sappiano mettere in conto la capacità generatrice di una donna, che la incoraggino – anche con incentivi economici reali, con congedi per la maternità congrui –  la valorizzino, senza preoccuparsi di quando tornerà e senza farla preoccupare a suon di sensi di colpa o di necessità economiche. Ma questo discorso certamente è fuori moda.


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