giovedì 24 settembre 2020
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NEWS 17 luglio 2020    di Giuliano Guzzo
Combattere la denatalità? Con la fede è possibile

Un’Italia spopolata. Peggio: demograficamente più che dimezzata. Lo pronostica l’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington con uno studio pubblicato su The Lancet con il quale, esaminati gli andamenti demografici, si sono elaborate delle proiezioni da qui al 2100 per 23 Paesi. Ebbene, tra questi c’è anche l’Italia che, a detta degli studiosi che hanno firmato questa ricerca, dovrebbe passare dagli attuali 60 milioni di abitanti ai 28 milioni del 2100; nello stesso arco temporale, il Giappone scenderà da 128 milioni di abitanti a meno di 53, la Spagna da 46 a 21.5, la Corea del Sud da 52.7 a 24.7.

Ma è la situazione italiana, evidentemente, quella che più colpisce, anche perché il funereo scenario tratteggiato da The Lancet arriva a pochi giorni dall’ultimo bilancio demografico di Istat, che ha riscontrato il minimo storico di nascite nonché un aggravato saldo naturale negativo tra nati e morti (nel corso del 2019, la differenza è salita a -214.000 unità). A tali già allarmanti riscontri si deve poi sommare quanto ipotizzato dal recente Rapporto annuale 2020 – sempre di Istat – secondo cui l’effetto pandemia determinerà, per l’anno in corso, ulteriori 10.000 nati in meno. Ne consegue come le previsioni di The Lancet, benché gravissime, appaiano purtroppo verosimili. Ciò non toglie, tuttavia, come alcune precisazioni siano d’obbligo, se non altro per capire meglio quello che sta accadendo. La prima concerne il fatto che denatalità e neppure spopolamento rappresentano per il nostro Paese un vero e proprio elemento di novità. Al contrario, sono mali radicatisi nella società italiana da una vita se si pensa che siamo sotto il decisivo tasso di sostituzione – pari a 2,1 figli per donna – dal lontano 1977, che dal 1993 i morti hanno superato i vivi e che dal 2008 al 2018 il calo delle nascite è stato di 140.000 unità.

Una seconda precisazione che appare doveroso riprendere riguarda poi le effettive cause di tutto questo. Infatti, se da una parte è innegabile come l’impoverimento economico, la disoccupazione e adesso anche l’emergenza sanitaria concorrano ad aggravare l’inverno demografico, dall’altra proprio il fatto che esso sia in corso da decenni evidenzia come le sue cause siano anzitutto culturali. Diversamente, non si spiegherebbe come mai nel 1946 – con il Paese semplicemente in miseria e macerie, distrutto da anni di guerra – nacquero 1.036.098 bambini, mentre oggi ne vengono al mondo meno della metà. Allo stesso modo, se davvero il calo demografico fosse riconducibile a ragioni economiche, dovremmo osservare nelle zone economicamente più dinamiche delle culle piene. Invece la denatalità, a livello europeo, si riscontra pressoché ovunque. Si prenda l’osannata Germania, economicamente la locomotiva del Vecchio Continente, la quale non va oltre gli 1,57 figli per donna, che è un valore sempre superiore a quello italiano, vero, ma lontanissimo dal decisivo e già ricordato 2,1 figli per donna, la sola soglia in grado di assicurare.

Un esempio ancora più impressionante, perché legato al welfare, è quello della Finlandia, dove dal 1938 alle donne in attesa di partorire arriva un “pacco neonatale” contenente davvero di tutto (vestitini, copertina, un completino pesante, cuffiette, calzini, un set di lenzuola, uno per l’igiene del bambino completo di spazzolino da denti e forbicine per le unghie, materasso e bavaglino) e che, spesso, è pure la prima culla dei figli. Eppure, nonostante tutto questo, anche laggiù, in Finlandia, la denatalità non solo esiste come problema, ma peggiora da anno in anno. Con il risultato che si è passati dalle 2,62 figli per donna del 1960 agli 1,49 attuali.

Questo, attenzione, non significa che il welfare e gli aiuti economici non servano: servono eccome alle famiglie, tanto più questa case drammatica. Ma se vogliamo, come Paese, uscire dall’inverno demografico e scongiurare il catastrofico scenario di The Lancet occorre puntare su altro. Su cosa? Su un cambio di passo culturale, che rimetta davvero al centro la famiglia e la fede. Sì, la fede. I sociologi evidenziano come ancora oggi, infatti, esista un tipo di famiglia che, nonostante, non smette di far più figli della media: sono le famiglie religiose, i cui genitori sono assidui alla Messa e alla preghiera. Un piccolo ma evidente segnale che indica meglio di mille statistiche quale sia, per l’Italia, la strada da percorrere.


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