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NEWS 12 Settembre 2022    di Redazione

«Come distinguere un cattolico da un sedicente tale»

José Ignacio Munilla, vescovo di Orihuela-Alicante, in una conferenza che ha tenuto di recente in Costa Rica, elenca le caratteristiche di un vero cuore convertito a Gesù con un interessante decalogo. «La conversione non è qualcosa che è successa un giorno nella nostra vita, viviamo in uno stato permanente di conversione, siamo sempre suoi discepoli», commenta il vescovo, sottolineando che «in questo momento speciale in cui viviamo, in cui la Chiesa ci chiama a una nuova evangelizzazione, in che modo mi presento davanti al mondo? Dobbiamo avere questa coerenza interiore, e la speranza che Dio completerà per sua grazia il dono della nostra conversione».

I dieci punti trattati da monsignor Munilla: 

1. Senza paura della verità: «Un convertito è sempre impegnato nella verità, non ha paura. Noi non possediamo la verità, è lei che ci possiede. Quando diciamo: ‘la verità ci renderà liberi’, non dobbiamo aver paura. Non temiamo ciò che Dio ci dice, che la verità ci denunci. Se in un certo momento la luce viene nella nostra vita, e mostra che abbiamo molte tenebre, che venga e lasci tutto evidente», spiega. Il vescovo avverte che il cristiano non è lì per salvaguardare il suo prestigio di fronte agli altri: «Non siamo qui per salvare il nostro buon nome. Se abbiamo crisi o sembriamo ridicoli, benedetto ridicolo! L’importante è la verità. A volte rischiamo di condurre una doppia vita, perché, in fondo, sappiamo che ci sono aspetti della nostra vita che non sono conformi ai nostri ideali. Se ci difendiamo dalla verità non saremo mai santi», sottolinea Munilla.

2. Saper essere deboli: «Sappiamo che siamo pieni di debolezze, che portiamo un tesoro in vasi di creta. La fedeltà a Dio è qualcosa che supera le nostre forze. Dobbiamo lasciarci accompagnare, per poter raggiungere il dono della fedeltà, perché Dio non ha voluto che fossimo autosufficienti», affermazione alla quale Munilla collega una delle frasi che lo hanno colpito di più di papa Francesco: «Cos’è la fedeltà? È la debolezza ben accompagnata». In questo senso, per il vescovo, è molto importante sentirsi parte di una comunità: «La fedeltà non è che io sia un superman, e che io possa fare tutto. Dobbiamo dare un buon consiglio a chi ne ha bisogno, correggere chi sbaglia, avere sempre un accompagnamento spirituale. Dio sta mettendo sulla strada della tua vita persone che ti aiutano. Lui dice: ‘Sarò con voi ogni giorno fino alla fine del mondo’, e lo realizza», commenta.

3. Prendersi cura dell’intimità con il Signore: «Abbiamo il rischio che tutto ciò di cui parliamo di Gesù sia una bella teoria, una spiegazione molto coerente di un itinerario che non diventa un’esperienza personale. Questo ci servirà a poco. Dobbiamo prenderci cura della nostra vita interiore. Il cristianesimo è un’amicizia: ‘Non vi chiamo più servi, vi chiamo amici’, Gesù è il mio amico intimo?», si chiede il vescovo. «La vita di preghiera non è qualcosa che si realizza senza resistenze interiori. Chi non è disposto ad avere un momento difficile nei momenti di aridità, non imparerà a fare del Signore la sua intimità. Sta per subordinare il rapporto con il Signore al fatto che ne abbia voglia o non ne abbia voglia».

4. La speranza come tono di vita: «La speranza deve essere il tratto che ci caratterizza. Vivere in fiducia, allegri, sapendo che il Signore ci accompagna sempre», sottolinea il vescovo. Per fare questo, la chiave è dominare la volontà: «La mortificazione che più piace al Signore è quella dei nostri stati d’animo, è la più autentica. Se ti offro tutti i tipi di mortificazioni esterne che non sono accompagnate da quelle del nostro umore, dove vado?» avverte il vescovo.

5. Lo zelo per Dio: «Il mio cuore è fatto per amare. Deve soffrire per ciò che lo fa soffrire al cuore di Cristo e godere di ciò che lo fa godere il cuore di Cristo, altrimenti il mio cuore è malato. Il fatto che ci godiamo delle conversioni delle persone è un buon segno. Quando non si ha zelo dell’amore di Dio, di solito si hanno gelosia, invidia…», commenta Munilla.

6. Austero per essere forte: «Viviamo in un tempo di grande abbondanza e siamo molto morbidi. Non abbiamo mai dovuto fare a meno di qualcosa, e questo ci rende completamente manipolabili. Non abbiamo la capacità di sopportare le avversità, per questo è fondamentale che ci esercitiamo nell’austerità. Se posso vivere con meno, mi divertirò a farlo, e lo tradurrò in opere di beneficenza», consiglia.

7. Forgiare una fraternità: «Siamo chiamati a vivere in una scuola apostolica dove abbiamo sempre uno stimolo l’uno nell’altro, che i forti portino il peso dei deboli», commenta. Per questo il vescovo sottolinea i rischi di vivere in solitudine, «la vita da solo genera abitudini di comfort e ci rende aridi. Una delle cose belle di camminare in comunità è che le tue sciocchezze si purificano. Dobbiamo coltivare il concetto cristiano di amicizia. L’amicizia cristiana è quella che ti tira su, quella che ti fa crescere, quella che tira fuori il meglio di te».

8. Amare la Chiesa: «Attenzione che le situazioni difficili non ci facciano perdere la fiducia nella Chiesa. È sempre bello vedere la storia della Chiesa, per sapere che ci sono stati momenti molto duri, molto più duri di quelli di adesso», spiega il vescovo, «la Chiesa ha ricevuto il dono di Dio di uscire da queste situazioni perché è una discepola di colui che è uscito dal sepolcro ed è risorto. Non lasciamoci trascinare o nutrire il turbamento».

9. La voce di Dio nei piccoli e diseredati: «La voce di Dio nei più umili rompe la nostra sordità. I poveri e i piccoli ci evangelizzano. Questo è uno dei modi con cui Dio ci ha di convertirci. Una delle cose più utili che ho fatto è stata visitare i missionari in Africa. Sono stato molto commosso dalla gioia dei poveri, la loro gioia è inesauribile. Lasciarci interrogare da loro deve far parte della nostra spiritualità», sottolinea Munilla. Anche il ruolo dei più piccoli è molto importante: «L’innocenza dei bambini tocca la nostra conversione, ecco perché è così grave che ci chiudiamo alla natalità. Ci stiamo chiudendo alla chiamata alla conversione, ogni bambino che nasce è una proclamazione che Dio, ancora, ha ancora speranza nell’uomo».

10. Una castità sponsale: «Siamo tutti chiamati a vivere la sponsalità del nostro cuore, nella vita religiosa, sposato, come sacerdote, single… Il mio cuore non è un cuore solitario. Il nostro cuore ha un proprietario, che è Gesù. Chi non sa amare sta implorando l’affettività. Molte volte non sappiamo vivere senza essere attaccati a una relazione, che di solito sono molto distruttive», commenta Munilla. E, conclude: «Bisogna vivere la virtù della castità come un’integrazione della sessualità nella vocazione che Dio dà a ciascuno di noi, e non viverla come un tubo di scarico. È così facile cedere allo spirito del mondo».

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