giovedì 24 settembre 2020
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NEWS 14 aprile 2020    di Raffaella Frullone
Considerata un optional. La fede ai tempi del Covid

È il pomeriggio di Pasqua e in Emilia Romagna una coppia, dopo pranzo, esce di casa per andare in chiesa a dire una preghiera davanti al Tabernacolo. Tutto viene fatto secondo le regole: mascherina d’ordinanza, la chiesa prescelta è la più vicina a casa, la moglie addirittura si sistema nel sedile posteriore dell’abitacolo, lato passeggero, in diagonale, come a segnare ulteriormente un distanziamento perfino dal marito con cui vive.

A pochi metri c’è il posto di blocco, con gli ufficiali di polizia che chiedono ai coniugi dove si stanno recando. Alla risposta «stiamo andando in chiesa a dire una preghiera» gli agenti strabuzzano gli occhi: «Ma pregare a casa è uguale a farlo in chiesa! Perché siete usciti?!». Ne scaturisce un confronto, in cui lo sbigottimento dei   due agenti cresce sempre di più e poi muta in sbeffeggiamento delle risposte di marito e moglie che cercavano di spiegare perché pregare a casa non fosse uguale a farlo in chiesa. A quel punto la moglie prende lo smartphone e mostra le Faq sul sito del Governo. Si legge: «Ci si può spostare per andare in chiesa o negli altri luoghi di culto?». Risposta: «L’accesso ai luoghi di culto è consentito, purché si evitino assembramenti e si assicuri tra i frequentatori la distanza non inferiore a un metro. È possibile raggiungere il luogo di culto più vicino a casa, intendendo tale spostamento per quanto possibile nelle prossimità della propria abitazione. Possono essere altresì raggiunti i luoghi di culto in occasione degli spostamenti comunque consentiti, cioè quelli determinati da comprovate esigenze lavorative o da necessità, e che si trovino lungo il percorso già previsto, in modo che, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, si possa esibire o rendere la prevista autodichiarazione. Resta ferma tuttavia la sospensione di tutte le cerimonie, anche religiose».

Il poliziotto prende il telefono e legge, si prende alcuni minuti per farlo, poi parlotta col collega e prende in giro di nuovo i due, facendo il verso delle loro parole e ironizzando sulla richiesta che ai suoi occhi continua ad essere inconcepibile e assurda, poi ripete di nuovo, con fermezza: «Si può pregare anche a casa, perciò dovete tornare a casa». La sentenza è senza appello, la strada è sbarrata e ai coniugi non resta che fare inversione e tornare indietro.

Non è stato un caso isolato. Nell’edizione delle 19.30 del Tg Regionale della Liguria sempre del giorno di Pasqua, la troupe della Rai impegnata nella realizzazione di un servizio sui controlli stradali nelle località di villeggiatura, incappa in un posto di blocco nello spezzino, nei pressi della località marittima Venere Azzurra, tra Lerici e San Terenzo, e il giornalista ne approfitta per intervistare una delle agenti. La donna racconta: «Abbiamo avuto le chiese aperte e tre persone che volevano recarsi in chiesa le abbiamo intercettate. Ovviamente abbiamo detto loro che non si può e li abbiamo invitate a tornare alla loro abitazione».

Colpisce prendere atto di come dei pubblici ufficiali, in zone diverse del nostro Paese, siano sinceramente convinti che non ci si possa recare in chiesa, che non ci sia alcuna ragione, meno che meno indispensabile, a farlo, e compiano un abuso ai danni dei cittadini credenti proprio nel giorno di Pasqua. Ma il secondo episodio svela qualcosa in più. Di fronte all’agente che con sicurezza afferma: «ovviamente in chiesa non si può andare», il giornalista non obietta nulla, non chiede nulla, segno che anche per lui è tutto legittimo. Il servizio viene montato, supervisionato e mandato in onda come se la cosa fosse regolarissima. Non risulta che qualcuno abbia obiettato qualcosa.

Il tutto conferma che il recarsi in chiesa oggi, sebbene consentito dal decreto in vigore, sia considerato un’attività superflua, una pratica di fitness spirituale del tutto accessoria e come tale da impedire. Se l’abuso in sé è grave, molto più preoccupante è la diffusione di questo atteggiamento che contribuisce a far della fede una questione privata, intima, che in questo momento di pandemia meno di altre ha il diritto di essere professata pubblicamente. Quali conseguenze avrà questo in una società che già in tempi ordinati relega la fede ad un fatto privato?


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