venerdì 05 marzo 2021
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NEWS 16 febbraio 2021    di Raffaella Frullone
Cortocircuito democratico, piddine in rivolta: “nessuna ministra”

Non sono un’amante dei pop corn, ma a volte l’unica cosa da fare è procurarsene una porzione maxi e mettersi sul divano per godersi lo spettacolo. Che pur sapendo di vecchio, passato e trapassato ha un indubbio lato comico, qualcuno direbbe ridicolo. Al centro della scena ci sono loro, le cosiddette donne democratiche, che non sono, come si potrebbe erroneamente pensare, donne che credono nella democrazia, ma tesserate o simpatizzanti del Pd, che lo scorso giugno si sono riunite in una Conferenza nazionale come non accadeva da anni. Repubblica facendo la cronaca riportava che a partecipare erano state 8.619 donne che avevano eletto le 148 delegate all’assemblea nazionale. «Oggi un altro passo in avanti nel protagonismo delle donne nel Partito Democratico e quindi anche in Italia» aveva dichiarato il segretario Nicola Zingaretti.

Ma oggi le donne democratiche sono in rivolta. Lo scrivono il Corriere della Sera, Repubblica, l’Huffington Post e lo dicono loro stesse intervistate praticamente da tutti. Ma che è successo? Ebbene non solo il Governo Draghi – quello della salvezza, quello dei migliori, quello europeista, quello di alto profilo – non rispetta la cosiddetta parità di genere (per altro indicata come fondamentale anche dalle Linee guida della sacra Commissione europea in merito al sacrissimo Recovery), ma – beffa delle beffe, oltre al danno – non ci sono donne nella rappresentanza del Partito Democratico. Apriti cielo.

Ma come? Il partito dell’ex presidenta della Camera Laura Boldrini, quello della paladina delle cosiddette unioni civili Monica Cirinnà, dell’ex ministr* dell’Istruzione Valeria Fedeli, che della parità di genere ha fatto un vessillo… si è scordata dell’altra metà del cielo? Delle quote rosa che però non devono essere rosa perché siamo contro gli stereotipi? Ebbene sì.

Per Debora Serracchiani è una scelta «inammissibile». Cecilia D’Elia, portavoce della Conferenza delle donne democratiche, la definisce «una ferita che brucia». Durissima Laura Boldrini che afferma: «Il Pd è un partito che sulla carta, sui documenti, sugli ordini del giorno afferma questo principio con forza e tante donne lavorano su questi temi e ci credono. Poi però quando si tratta di fare scelte politiche importanti, tutto questo si vanifica». Rosy Bindi si rivolge alle colleghe dicendo: «Basta sottomissione ai maschi, è ora di puntare alla guida del partito».

Nessuno vorrebbe essere in queste ore nei panni di Nicola Zingaretti, che probabilmente preferirebbe di gran lunga passare una settimana su un isola deserta con Salvini e Berlusconi piuttosto che affrontare le donne del suo stesso partito, infuriate come non mai. Anche perché pare che il suo tentativo di correre ai ripari – nominare delle sottosegretarie – non sia affatto sufficiente a placare le vestali del politicamente corretto tradite proprio da chi predica tanto bene (razzolando, come da copione, malissimo). Non butta bene nemmeno dentro al partito “cugino”, Italia Viva, il loro ministro, pardon ministra, pardon ministr* Elena Bonetti, è finita nel mirino di Selvaggia Lucarelli che scrive: «Un governo così tecnico che una ministra alle pari opportunità che si è dimessa per obbedire a un uomo, è stata rimessa alle pari opportunità». Insomma, in fin dei conti si potrebbe dire “da quale pulpito” è sempre venuta la predica.

Comunque, per dovere di cronaca, le donne nel governo ci sono, tra loro Luciana Lamorgese, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Fabiana Dadone, Marta Cartabia e appunto Elena Bonetti, e, sempre per la cronaca, non è che la cosa sia particolarmente rassicurante, meno che meno mi fa sentire meglio rappresentata in quanto donna. Ma siccome anche io, ogni tanto, sono per la parità di genere, devo ammettere che vale la stessa identica cosa per i ministri uomini: sempre dalla padella alla brace mi pare di essere passata. Certo, c’è da dire che sia la padella che la brace sono femminili, ma non credo questo basti, perfino la speranza, con l’arrivo del ministro, è diventata maschile. Non ci resta che ridere – per non piangere ­ sull’ennesima polemica sul nulla – rigorosamente democratica – in nome della parità.


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