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NEWS 28 aprile 2021    di Giulia Tanel

Covid e crisi economica principali imputati della denatalità. Ma dietro c’è altro

Poco più di un anno fa, quando per la prima volta la pandemia da Covid-19 costrinse molte famiglie in casa, tanti cominciarono a parlare di un possibile “Baby boom”. Ad oggi, possiamo dire, che si è verificato l’esatto opposto: nel 2020 le nascite sono calate ulteriormente. E questo non vale solo per l’Italia, che ha registrato un -3,8% dei nati rispetto all’anno precedente, ossia circa 16.000 bambini in meno, bensì anche per gli Stati Uniti che, nel solo dicembre 2020, ossia 9 mesi dopo l’inizio dei confinamenti nel Paese, ha registrato un -8% di nascite. E lo stesso discorso si può allargare a molti altri Stati.

Analizzando i dati, gli studiosi di Brookings Melissa Kearney e Philip Levine hanno affermato: «Quando il mercato del lavoro è debole, i tassi di natalità diminuiscono; quando il mercato del lavoro migliora, i tassi di natalità migliorano». Accanto a loro, Philip Cohen, demografo presso l’Università del Maryland, ha rilevato: «Le persone prendono decisioni a lungo termine quando hanno fiducia nel futuro, e se c’è qualcosa che mina la fiducia nel futuro, è questa enorme pandemia».

Come a dire: i due “ingredienti” che fanno volare la natalità sembrerebbero essere la fiducia nel futuro e la stabilità economica. Questa constatazione, almeno di primo acchito, trova la quasi totalità delle persone concordi, e certamente ha il suo fondo di verità; tuttavia, nel contempo, appare incompleta, almeno sotto due aspetti.

Innanzitutto, come insegnano i coniugi Sam e Rob Fatzinger, autori del recentissimo Una guida cattolica per spendere meno e vivere di più (Ave Maria Press) ma soprattutto genitori di 14 figli cresciuti facendo quasi unicamente affidamento su un unico stipendio mensile, occorre saper amministrare bene i soldi, avendo chiaro qual è il piano che s’intende seguire. In tale ottica, quindi, vanno di certo evitate le spese superflue, così come vanno messi in conto un po’ di disciplina e sacrificio, tuttavia quello che più conta, affermano da cattolici, è abbracciare «le virtù associate al riconoscimento di Dio come la fonte di tutto ciò che abbiamo, in un modo che fornisce una certa flessibilità finanziaria, per cui sei tu che controlli il denaro, piuttosto che permettergli di controllare te».

Quindi, se è vero che i figli costano, è altrettanto vero che occorre saper mettere le giuste priorità anche in ambito economico: d’altronde, senza guardare tanto lontano, sono i nostri nonni usciti da due guerre mondiali a insegnarci che «dove si mangia in due o più, si mangia anche in tre o più».

E, allargando il discorso, è altrettanto vero che uno dei rimedi migliori per uscire dalla crisi economica è proprio quello di mettere al mondo quelli che saranno i cittadini del domani.

In secondo luogo, la questione della natalità ha anche un risvolto prettamente, e forse principalmente, culturale: oggigiorno viviamo in una cultura di morte, in un mondo narcisista, influenzato da un pensiero neomalthusiano, che guarda alla vita quasi con sospetto, anziché con rispetto. Mettere al mondo un figlio fa parte di un fine calcolo: si aspetta il momento giusto, si calcolano le spese, si valutano i pro e i contro, ci s’interroga sull’impatto (ovviamente in chiave negativa) di una nuova vita sul pianeta terra… e così facendo gli anni passano e le culle rimangono vuote. E, vivendo dentro le strette maglie dei propri ragionamenti, non ci si lascia sorprendere dalla vita: il che non è un inno all’irresponsabilità, perché è sempre bene che un figlio venga messo al mondo in una condizione di stabilità della coppia e fatti salvi gravi impedimenti, ma semplicemente un invito a vivere appieno il presente, e questo anche lanciando uno sguardo di fiducia verso il futuro.


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