martedì 27 ottobre 2020
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NEWS 12 maggio 2015    
Dal 2014 la «nuova» Cina non ci dormiva la notte e ora ha deciso: «Niente più croci in cima alle chiese»

di Guido Santevecchi

 

La croce, simbolo del cristianesimo, turba i sonni delle autorità nella provincia cinese dello Zhejiang. Tanto da spingerli a scrivere una bozza di legge che ordina di ridimensionarle e non esporle sui campanili o in cima alle chiese cattoliche o protestanti. La notizia è stata presentata in modo apparentemente innocente dal Global Times, giornale del partito comunista cinese: «Il governo dello Zhejiang specifica le dimensioni delle croci sulle chiese».

La direttiva è dettagliata: le croci debbono essere collocate sulla facciata del corpo principale della chiesa, non possono svettare su campanili o sui tetti; debbono essere di un colore che si fonda con quello della costruzione, non di uno che spicchi. E debbono essere piccole: non più di un decimo dell’altezza dell’edificio. Insomma, dovranno essere mimetizzate. Le autorità fanno anche sfoggio di democrazia, perché il giornale precisa che «sono benvenuti i commenti del pubblico entro il 20 maggio». Basta scrivere all’Istituto per il design e l’architettura dello Zhejiang. Il regolamento che vuole rendere poco visibili le croci, assicura il Global Times citando il documento, è mirato a «proteggere la libertà religiosa dei cittadini e a promuovere un’architettura scientifica e normativa».

Il quotidiano conclude che la legge entrerà in vigore solo dopo la conclusione della consultazione popolare, ma subito ricorda che l’anno scorso decine di chiese cattoliche e protestanti nella provincia sono state demolite o hanno subito l’amputazione delle croci per violazioni dei piani regolatori. Secondo le autorità comuniste le costruzioni avevano «creato caos» e seguivano criteri di «vuoto lusso architettonico».

La campagna contro chiese e croci troppo visibili è cominciata nel 2014 nella provincia orientale dello Zhejiang e nel suo capoluogo Wenzhou, noto come la «Gerusalemme della Cina» per le cupole che punteggiano (punteggiavano) il suo skyline e per il suo 15 per cento di cristiani (protestanti e cattolici) su nove milioni di abitanti. I rapporti nella zona erano stati abbastanza distesi negli ultimi anni, nonostante la distinzione tra la Chiesa patriottica controllata dal partito e quella «sotterranea» fedele al Vaticano. Poi a Wenzhou passò in visita il segretario provinciale del partito, Xia Baolong, uomo molto vicino al presidente Xi Jinping: pare che sia stato colpito dalla grande croce che spiccava sulla chiesa di Sanjiang, visibile in tutta la città e illuminata la notte. «Si vede troppo», avrebbe detto. Sta di fatto che i funzionari sottoposti subito scoprirono una violazione del piano regolatore e davanti alla chiesa di Sanjiang fu apposto il cartello «Demolizione».

La vicenda è andata avanti per settimane, con i fedeli che a un certo punto costituirono una catena umana per cercare di fermare le ruspe. Inutilmente: il luogo di culto è stato abbattuto. E la stessa fine hanno fatto decine e decine di altre chiese, sempre con la stessa motivazione: troppo visibili, tanto da aver creato un caos urbanistico.

In realtà, troppo visibile si sarebbe fatta la presenza della fede: il partito ha paura che la crisi ideologica della popolazione cinese apra le porte a Dio e ai «valori universali». Il numero dei cristiani in Cina, tra protestanti e cattolici, è stimato tra un minimo di 23 milioni e un massimo di 100, un dato che sfida ormai quello degli iscritti al partito comunista, fermo a 85 milioni.
Lo scorso agosto erano stati convocati a Pechino pastori della Chiesa cristiana e studiosi di religione per comunicare una direttiva in base alla quale la fede cristiana dev’essere libera dall’influenza straniera e «adattarsi alla Cina», un giro di parole per ribadire l’ordine di obbedienza al partito .
L’agenzia Ansa mercoledì scorso ha riferito che in Piazza San Pietro il Papa è sceso dalla jeep per abbracciare un gruppo di fedeli cinesi che sventolavano bandierine rosse e avevano un cartello: «Diocesi di Wenzhou». Probabilmente erano immigrati, perché dallo Zhejiang viene la maggior parte della comunità cinese residente in Italia.

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