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NEWS 30 luglio 2021    di Giuliano Guzzo

Devi dire «aborto» ad ogni intervista

«Devi dire “aborto” in ogni intervista». Sono le indicazioni o, meglio, le pressioni che riceveva la dottoressa Leana Wen (foto in alto, a sinistra), che è stata per otto mesi nientemeno che alla presidenza del colosso abortista Planned Parenthood. A rivelarlo, è stata lei stessa nel suo nuovo libro, Lifelines: A Doctor’s Journey in the Fight for Public Health (Metropolitan Books, 2021). In questo testo, la donna ha infatti riferito come, a seguito di alcune sue comparsate televisive, lo staff di Planned Parenthood fosse scontento proprio per questo, e cioè perché la Wen – coerentemente con la sua visione dell’organizzazione – si soffermasse a parlare di assistenza sanitaria, screening, farmaci.

Tutti temi che però ai vertici di PP interessavano e interessano, sì, ma fino ad un certo punto, come provano appunto i commenti che la Wen si sentiva rivolgere: «La prossima volta assicurati di parlare di aborto», «devi fare meglio», «parla di aborto ad ogni intervista con i media». Ora, questi aneddoti son particolarmente preziosi perché consentono di svolgere almeno due considerazioni importanti, la prima relativa a Planned Parenthood, la seconda invece rispetto al funzionamento dei media e al loro orientamento abortista.

Iniziando con Planned Parenthood, c’è da dire che la vicenda di Leana Wen, a ben vedere, ricorda un po’ quella di Abby Johnson. Anche quest’ultima, infatti, come raccontato nel bel film Unplanned (2019) – in arrivo, tradotto, anche in Italia – stava facendo rapidamente carriera nell’organizzazione di «salute riproduttiva» quando, con sua stessa amara sorpresa, si è accorta che non doveva occuparsi anche di aborto ma soprattutto di aborto: e non per evitarli, come ingenuamente credeva, bensì per promuoverli, in quanto fonte di business per Planned Parenthood. Quel «parla sempre di aborto» intimato alla Wen pare insomma un film già visto, in tutti i sensi.

La seconda considerazione che le rivelazioni dell’ex guida di PP ispirano riguarda invece il funzionamento dei media, che in realtà da oltre un secolo sono utilizzati per promuovere l’aborto. Abbiamo infatti notizia di come già i primi promotori dell’aborto di Stato – i sovietici – facessero ampio uso dell’organo ufficiale del partito, la Pravda, per convincere la popolazione ad avvalersi di quella pratica che, decenni dopo, sarebbe diventata «interruzione volontaria di gravidanza». A seguire, come ebbe a confessare una star pentita dell’abortismo, il dottor Bernard Nathanson, anche negli Usa chi voleva legalizzare la soppressione prenatale si è avvalso dei media.

Venendo invece alle interviste – ovvero le situazioni in cui Leana Wen di aborto non parlava abbastanza -, c’è da dire che la cultura dominante si serve anche di esse per veicolare la propria posizione ideologica. Come? Rispetto al tema della vita nascente, le strategie più comuni – e che anche nell’intervista si possono utilizzare – riguardano l’indirizzo della discussione sui massimi sistemi: il progresso, i diritti civili, l’autodeterminazione della donna, la libertà, la civiltà che avanza. Insomma, l’importante è che si parli di tutto, ma proprio di tutto, fuorché di lui, il figlio concepito e non ancora nato.

Che una tattica vincente sia questa lo si è visto, non negli Usa ma in Italia, in occasione del referendum parzialmente abrogativo del 1981. «Grazie all’instancabile opera di stravolgimento dovuta a solerti schiere di intellettuali, giornalisti e politici», ricorda infatti il giornalista Aldo Maria Valli nel suo libro La verità di carta (Ares, 1986), «lo scontro si spostò subito sull’incerto terreno dei massimi sistemi: la libertà, la democrazia, il progresso, la civiltà. Col risultato che, alla fin fine, dell’unico uomo davvero in questione, ovvero la persona concepita, si ricordarono in pochissimi».

Sui media l’abortismo preferisce dunque o virare sui massimi sistemi oppure sul tema dell’aborto – presentato come «interruzione volontaria di gravidanza» -, ma del concepito no, di costui non bisogna assolutamente parlare. Perché altrimenti la gente potrebbe fiutare l’inganno manipolatorio e poi perché, per così dire, strategia che vince non si cambia.


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