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Dice che il matrimonio penalizza le donne, le danno il Nobel
NEWS 11 Ottobre 2023    di Raffaella Frullone

Dice che il matrimonio penalizza le donne, le danno il Nobel

Il Manifesto ha titolato così: «Claudia Goldin, il Nobel all’emancipazione delle donne nel lavoro» e poi ha attaccato il pezzo così: «Dopo Elinor Ostrom nel 2009 e Esther Duflo nel 2019, la politologa e storica dell’economia Claudia Goldin è la terza donna ad avere ricevuto ieri, all’età di 77 anni, il «Nobel per l’economia». I suoi studi hanno influenzato la ricerca sul divario di genere e sulle disuguaglianze tra i redditi tra le donne e gli uomini, sull’impatto della pillola anticoncezionale sulle decisioni femminili in materia di carriera e matrimonio o sulle ragioni per cui le donne sono oggi la maggioranza tra gli studenti universitari». La Repubblica ha scritto che «il “soffitto di cristallo” – che impedisce la parità di diritti nel lavoro purtroppo esiste ancora ma si è assottigliato con gli anni grazie anche al suo lavoro meticoloso, continuo e appassionato», La Stampa titola: «Quella disparità salariale riflesso dello squilibrio della coppia – il divario retributivo di genere inizia ad allargarsi subito dopo il matrimoni

Tra i suoi articoli scientifici, i più importanti per comprendere il suo lavoro sono: Il potere della pillola: contraccettivi orali e decisioni sulla carriera e il matrimonio delle donne scritto con Lawrence Katz nel 2002. Secondo la Goldin l’avvento della pillola è stata una delle ragioni più potenti per evitare matrimoni che lei considera precoci, in questo modo le donne avrebbero costruito, sostiene, una propria identità al di fuori delle mura domestiche. La Goldin, scrive ancora i Manifesto, parla delle donne americane descrivendo una «prima generazione delle donne nate all’inizio del XX secolo studiava senza alcun obiettivo professionale – e di conseguenza trovava pochi posti di lavoro – una seconda generazione, nata negli anni ’30, ha studiato per lavorare, ma ha interrotto la carriera con il matrimonio o con il parto. Una terza generazione, quella degli anni ’50, si è “liberata” attraverso i metodi contraccettivi e ha studiato “per fare carriera”».

Il matrimonio dunque sarebbe una zavorra che pesa sul groppone delle donne, o quanto meno delle loro mancate carriere. Non certo un concetto nuovo dal momento che la contraccezione orale rappresenta la prima forma di emancipazione delle donne, nella visione femminista, dall’ormai, secondo loro, stereotipata immagine della donna sposa, o peggio ancora madre, che automaticamente diventa regina del focolare. Secondo la Goldin infatti molte donne escono temporaneamente o definitivamente dal mondo del lavoro con l’arrivo del primo figlio. Arrivo che, va da sé, andrebbe ritardato il più possibile attraverso la pillola stessa.

Secondo Vanity Fair la Goldin in una intervista a Repubblica dello scorso anno ha spiegato che: «Uno dei grandi equalizzatori della vita è che tutti abbiamo 24 ore al giorno. Non importa se sei miliardario o povero. Se hai figli piccoli o responsabilità familiari, qualcuno deve essere di guardia a casa, anche se ha un lavoro a tempo pieno. La persona “reperibile” assumerà una posizione più flessibile e meno impegnativa e, di conseguenza, meno paga. Le donne sono generalmente di guardia a casa. Questa è l’iniquità di coppia, ed è l’essenza dell’ostacolo al raggiungimento di famiglia e carriera».

La Goldin non sembra contemplare che possa esistere l’ipotesi in cui la donna desideri “restare di guardia a casa”, voglia farsi carico del lavoro di cura, sia naturalmente portata a farlo con la gravidanza e l’allattamento. Introduce poi il concetto di “lavoro avido” ossia quello che paga di più in base al numero di ore lavorate che per il principio dello “star di guardia”, di cui sopra, vede penalizzate nuovamente le donne, «se i compiti in famiglia fossero divisi equamente ci sarebbe un impoverimento del nucleo. Questo è il motivo per cui sono le donne a rinunciare. Lo stipendio degli uomini resta alto e può salire, quello dello donne con orari limitati o meno stabili c’è, ma è più basso e con meno prospettive».

Forse allora a penalizzare le donne non è il matrimonio, o la vita coniugale, ma un mercato del lavoro che ha come parametro principale il tempo trascorso in ufficio, e una società che misura il valore di una donna solo per quanto viene pagata per il lavoro che svolge fuori casa e non per il valore che crea lavorando tra le mura domestiche. (Fonte foto Facebook)

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