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NEWS 16 Luglio 2022    di Lorenzo Bertocchi

Dimissioni Draghi: una domanda sotto l’ombrellone

Le dimissioni di Mario Draghi, che il Presidente Sergio Mattarella ha rimandato alle Camere mercoledì prossimo, sono argomento da ombrellone in questi giorni di calura estiva. Piombate come l’ennesima emergenza, le dimissioni di mister Bce, hanno già richiamato tutte le anime “responsabili” all’adunata: «Appello Usa-Ue: Draghi deve restare», titolava il quotidiano La Stampa, come a sintetizzare cosa c’è in ballo.

Persino i vescovi italiani, per bocca del loro nuovo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, hanno suonato l’allarme. «Serve uno scatto di responsabilità», ha detto l’arcivescovo di Bologna intervenendo sulla crisi e facendo intendere allo stesso Draghi, e in qualche modo ai 5s, che ci ripensino e tutto torni come prima.

Nessuno dubita che il momento che stiamo vivendo sia complicato: la guerra in Ucraina, la tempesta del mercato dell’energia e del grano, l’inflazione, il Covid. Per questo non si dovrebbe, dicono, portare gli italiani alle urne. Eppure in questo ultimi due anni sono andati a votare, in ordine sparso e solo per citarne alcuni, Stati Uniti, Francia, Ungheria, Olanda, Germania, Repubblica Ceca, Norvegia, Israele, Polonia, Bulgaria. La battaglia elettorale tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen per giocarsi la presidenza della Francia è stata combattuta lo scorso giugno mentre a Kiev piovevano missili da febbraio, la Germania ha votato il 26 settembre 2021 in piena pandemia.

In Italia però non si riesce ad andare a votare. Dal 2011, quando il governo di Silvio Berlusconi cadde sotto il tiro dello spread, pare che sciogliere le camere e mandare i cittadini alle urne sia un evento raro quanto un conclave. Abbiamo avuto il governo di Mario Monti che arrivò a sostituire Berlusconi atteso come un messia, poi anche Matteo Renzi, che giunse a palazzo Chigi nel 2014 da non parlamentare, entrambi i governi frutto del lavoro del Presidente Giorgio Napolitano. Quindi è stato il turno di Paolo Gentiloni, chiamato dal Presidente Sergio Mattarella dopo che Renzi aveva malamente perso il referendum costituzionale del dicembre 2016. Infine, dopo le elezioni del 2018, la ritrosia di Mattarella per mandare gli italiani a votare ha prodotto il governo Conte bis e l’attuale con Mario Draghi premier.

Peccato che tutti questi governi più o meno tecnici, più o meno messianici, varati per «responsabilità», con il passare degli anni non hanno risolto davvero i problemi per cui erano nati. Si dirà che le cose potevano andare peggio, perché, si sa, al peggio non vi è mai fine, però, se proprio di male in peggio bisogna andare, allora a questo punto che siano i cittadini a sceglierlo.

Mercoledì Draghi andrà alle Camere, gli scenari che abbiamo davanti sono più  o meno tre.

Potrebbe esservi un “ripensamento” di Giuseppe Conte e dei 5s, della serie «abbiamo scherzato», e mister Bce che si rimette in gioco nonostante le sue dimissioni siano parse come molto ferme (avrà per caso fiutato in anticipo la burrasca autunnale e vuole scendere in anticipo dalla barca?). Peraltro in queste ore Lega e Forza Italia hanno fatto sapere che loro al governo con i 5s non vorrebbero più starci. Quindi questo scenario appare molto difficile possa realizzarsi.

Potrebbe farsi un governo senza 5s, che avrebbe i numeri, ma ci sarebbe il mal di pancia non confessato della Lega e lo stesso Draghi ha fatto sapere che vuole andare avanti con la maggioranza di unità nazionale che lo ha sostenuto fin qui, se no non ne vuole sapere. Questo scenario ha qualche margine di manovra possibile per la sua realizzazione, su tutti le pressioni esercitate da Mattarella e quelle di qualche cancelleria estera.

La terza ipotesi è un governo «balneare» in pieno stile Prima Repubblica, in cui la reticenza di Mattarella per le urne si confermerebbe cercando di dare l’incarico a una personalità terza, tipo Giuliano Amato (difficile però che sia proprio il nome dell’attuale presidente della Consulta), per portare avanti alcune cose ritenute fondamentali e far passare i mesi canonici che ci separano dalle urne nel 2023. Un governo magari sostenuto solo da Pd, Forza Italia e da Renzi e dalla neo formazione di Luigi Di Maio, questi ultimi due i veri campioni di una rediviva stagione che si pensava passata per sempre. I numeri non ci sarebbero, ma si procederebbe appunto in pieno stile Prima Repubblica con le «geometrie variabili», andando a cercare i voti di volta in volta sulle cose più fondamentali.

Specialmente di fronte a quest’ultima soluzione e ai tanti problemi che la gente si trova a dover risolvere nel quotidiano ci pare sia lecito porsi una domanda: chi ha paura del voto? Perché, dopo tanti balletti, non si fa scegliere al popolo? È questa la domanda profonda che serpeggia indiscreta sotto gli ombrelloni, laddove il popolo chiede di essere sovrano.


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