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«Dio è la vera fonte di autostima»
NEWS 8 Luglio 2024    di Paola Belletti

«Dio è la vera fonte di autostima»

«Amati, tu sei amabile». Tutte le campagne pubblicitarie che intendono inculcarci il concetto sono monche: da quella del “perché tu vali” alla bellezza autentica di Dove (meritevole, in effetti e interessante anche l’intento di insegnare all’intelligenza artificiale una bellezza umana reale e la decisione di non contribuire ad addestrarla con standard irraggiungibili), passando per il dogma della Barbie che ci assicura che possiamo essere tutto ciò che vogliamo (davvero? Io lancerei una nuovo modello: “Barbie, però deciditi!”): nessuna sta in piedi e non solo perché ha lo scopo di farci acquistare prodotti. Sono castelli di carta senza fondamenta, miraggi che svaporano non appena ci si avvicina. Come si nutre, allora, l’amore per sé stessi che tutti sentiamo di sperimentare o di cui patiamo la mancanza fino ad ammalarci se tarda a farsi (ri)trovare? Qual è la fonte che alimenta il suo corso ed evita che diventi un greto arido e inospitale per ogni forma di vita? Siamo un popolo di nutrizionisti, oltre tutto il resto, quindi potremmo dire così: l’amore per sé è come la vitamina D, non lo possiamo sintetizzare senza i raggi del sole e il sole, come il coraggio il povero don Abbondio, se uno non ce l’ha mica se lo può dare.

In un’intervista riportata da Aci prensa ma trasmessa da Holydemia, la psicoterapeuta e autrice cattolica Sheila Morataya spiega la differenza tra amor proprio e amore di sé e assicura che «Dio è la vera fonte dell’autostima». A noi esseri umani serve più dell’aria l’esperienza dell’amore, quello che in prima battuta si riceve e che non viene mai meno. Gli uomini, dichiara Morataya, “hanno bisogno di essere amati per amare se stessi. Sentirsi guardati con amore ci rende consapevoli della nostra dignità”. Nello sviluppo della persona sappiamo come la matrice di questa esperienza nasca da ciò che si vive tra le braccia della mamma e del papà e sotto il loro sguardo. Sappiamo anche quanta sofferenza nasce proprio dalle ferite che ci possono colpire in questa fase, al punto da subirne conseguenze significative fino all’età adulta, soprattutto se non troviamo il modo di riconoscerle e sanarle.

Alcune lasceranno cicatrici indelebili, ma nessuno resta escluso dall’amore che rende possibili tutti gli amori umani, anche quando non lo sappiamo. Perché se è vero, come dice il Salmo, che «nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre» è ancora più vero che Chi ha voluto e vuole te e tuo padre e tua madre è più forte di ogni tradimento, di ogni mancanza, persino di ogni violenza o abuso. E se è vero che «il Signore è un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione» per quanti lo odiano, è ancora più vero che «la sua misericordia si estende per mille generazioni» per chi lo ama e osserva i suoi comandi. (Cfr Es. 20-34).

L’esperienza dell’amore a sé stessi è quella forma di vissuto interiore per cui ci sentiamo pieni di valore e meritevoli di amore incondizionato. Il concetto di autostima, se agganciato allo sguardo spirituale di Dio su di noi, si svincola dalla precarietà della continua valutazione delle proprie prestazioni e arriva a riposare, invece, in un’oasi di pace e sicurezza, fatta più di compassione che di giudizio, fosse anche positivo. Un’esperienza stabile che poggia su un salutare e inattaccabile pre-giudizio, una sorta di luce o di canto in sottofondo che attraversa ogni esperienza e, paradossalmente, ci permette di essere persino più lucidi e onesti nel valutare errori e cadute perché non sono più una minaccia al nostro valore inattaccabile.  Allora anche chi nasce in un contesto povero o incostante nelle risposte, non necessariamente violento, chi non per sua volontà viene privato dell’esperienza d’amore umana più sana e funzionale possibile, può risalire, sebbene faticosamente, alla sorgente più pura e impossibile da inquinare dell’amore di Dio, lo stesso che anche i genitori migliori del mondo riescono soltanto a riverberare.

Secondo le parole della terapeuta spagnola infatti «il senso della dignità appartiene alla sfera spirituale. C’è qualcuno molto più grande di me, che mi ha amato e mi ha creato. La persona non deve ottenere nulla o avere successo. È in pace e calma così com’è perché sa di essere amato da Dio. Questo è ciò che ci nobilita». Persino l’umiltà vera nasce da questa consapevolezza: siamo piccoli, fragili, totalmente dipendenti, ma chi ci sostiene è il Padrone, buono, dell’intero universo e in noi può compiere meraviglie. Ogni anima, seguendo Maria, può cantare il suo Magnificat, piena di gioia e gratitudine, certa del valore che le appartiene perché scaturisce direttamente dall’Amore di Dio. (Fonte foto: Pexels.com)

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