mercoledì 28 ottobre 2020
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NEWS 30 giugno 2015    
Divorzio, aborto, gender, LGBT… Un vero disastro.
La soluzione a portata di mano? Servono sposi santi

di don Silvio Longobardi

 

 

La prima alleanza, feconda premessa per tutte le altre, è quella che unisce l’uomo e la donna. È questa la prima forma di solidarietà, come appare chiaramente nei racconti biblici della creazione. Dio non si accontenta di creare l’uomo come essere unico e irripetibile, lo crea nella duplice e complementare forma: “maschio e femmina li creò”, leggiamo nella Genesi. E subito dopo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gen 2,24).

La storia umana è come aggrappata a questa prima e fondamentale unità. Dalla comunione coniugale nasce la famiglia, dall’amore che unisce l’uomo e la donna scaturisce il dono della vita, l’impegno educativo, la maturazione umana e spirituale.

Il legame nuziale non sempre risplende in tutta la sua bellezza, anzi a volte è offuscato dal peccato, non sempre appare come via salutis, cioè via ordinaria di quella storia di salvezza che Dio scrive nei solchi della vicenda umana. Per questo, abbiamo bisogno di sposi santi per ricordare che la salvezza passa attraverso la famiglia.

La santità coniugale e familiare appartiene alla storia della salvezza, a cominciare da Abramo e Sara, ed ha trovato il suo vertice espressivo nell’esperienza, certamente irripetibile, di Maria e Giuseppe di Nazaret, che troviamo sulla soglia della redenzione. Non possiamo dimenticare Aquila e Priscilla, fedeli e coraggiosi collaboratori di Paolo. Sulla scia di questi sposi, lungo i secoli troviamo tanti altri santi. La santità ha il profumo dell’amore e non poteva non passare per quell’amore che unisce l’uomo e la donna nel vincolo del matrimonio. Quante esperienze di santità hanno il timbro della vita domestica! La grande maggioranza passano inosservate.

Nella storia della Chiesa non sono mai mancati i santi sposati riconosciuti. Ma dobbiamo anche aggiungere che, salvo eccezione, raramente hanno avuto una qualche rilevanza sul piano ecclesiale. In alcuni casi, la dimensione coniugale, che ha segnato una parte rilevante della loro vita, non è stata neppure evidenziata. Per citare alcuni nomi di santi sposati: nei primi secoli troviamo Monica, mamma di Agostino e Paolino da Nola. Nel Medioevo Elisabetta di Ungheria, Luigi IX di Francia, Brigida di Svezia, Francesca Romana, Rita da Cascia, Tommaso Moro, Angela da Foligno, Giovanna Francesca de Chantal, Stefano di Ungheria, Caterina da Genova, Omobono di Cremona. Nell’epoca moderna: Anna Maria Taigi, Antonio Federico Ozanam, Giuseppe Toniolo, Gianna Beretta Molla.

Nella Mulieris dignitatem, la Lettera dedicata al ruolo e alla missione della donna, Giovanni Paolo II ricorda quelle «madri di famiglia, che coraggiosamente hanno testimoniato la loro fede ed educando i propri figli nello spirito del Vangelo hanno trasmesso la fede e la tradizione della Chiesa» (n. 27). Le parole del Papa sono un’eco fedele della storia della santità che attraverso tutti i secoli danno sempre abbondanti frutti di grazia.

La dimensione coniugale. Nella gran parte dei casi si tratta di santi sposi ma non coppie di sposi. Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato. Il Sinodo sulla missione dei laici (1987) ha chiesto espressamente di scoprire e valorizzare la vocazione coniugale alla santità. Qualche anno dopo, nella Lettera Tertio Millennio ineunte (1994) che annunciava il grande giubileo, Giovanni Paolo II chiedeva ai Vescovi di fare più attenzione alle testimonianze dei santi sposi presenti nella Chiesa locale. Queste sollecitazioni hanno permesso di leggere meglio nella propria storia. In alcuni casi c’erano già delle cause aperte, come quella di Luigi e Zelia Martin, ma nella maggior parte dei casi, sono state proprio queste indicazioni magisteriali a sollecitare le Chiese locali.

Tante di queste storie ora sono al vaglio della Congregazione per le cause dei Santi. Recentemente è stata riconosciuta l’eroicità delle virtù dei coniugi Sergio e Domenica Bernardini (umili contadini della provincia modenese) e di Giulia Colbert, marchesa di Barolo (nobildonna piemontese), sposa di Carlo Tancredi. La santità non conosce confini geografici, culturali ed economici. Sono solo gli ultimi santi sposati di una lista che nei prossimi anni è sicuramente destinata a crescere.

Tra questi sempre più numerosi testimoni della santità coniugale, vorrei fare almeno un cenno ai Beati Luigi e Zelia Martin: la loro è una storia di una santità che probabilmente sarebbe rimasta nascosta se non avesse generato una figlia come Teresa di Lisieux. Ma la Provvidenza ha voluto far emergere, accanto alla santità verginale della figlia, anche la santità coniugale dei genitori. Un intreccio fecondo che mostra il valore della reciprocità vocazionale.

La santità coniugale ci interessa – dovrebbe interessare tutti – perché la testimonianza concreta di sposi che hanno accolto e vissuto fedelmente la sfida del Vangelo è una parola insostituibile per promuovere la spiritualità delle coppie di oggi. I santi non hanno bisogno della nostra pubblicità, siamo noi che abbiamo bisogno di mettere in piena luce l’esperienza che essi hanno vissuto per donare un modello agli sposi di oggi, che spesso faticano e arrancano, e rischiano di accomodarsi nella placida mediocrità della valle piuttosto che salire sul santo monte.

Se la famiglia è un passaggio obbligato del Vangelo, se tutto nasce in famiglia, dobbiamo allora concludere che la santità coniugale e familiare offre un importante e decisivo contributo alla nuova evangelizzazione. È questo il desiderio ed è anche l’augurio più bello che faccio a tutti voi che leggete.

 

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