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NEWS 8 Giugno 2022    di Redazione

«Dopo l’uccisione di Gheddafi, la situazione dei cristiani si è aggravata»

Continua la cronaca desolante dalla Nigeria. A offrirci oggi un quadro della situazione è Mons. Matthew Man-Oso Ndagoso, «da quattordici anni il Paese combatte Boko Haram, soprattutto nella zona nord-est. E mentre lo stiamo combattendo, stiamo affrontando anche il problema a del banditismo. E poi abbiamo il problema dei sequestri con riscatto e anche il vecchio conflitto con i pastori Fulani». 

Molti di questi problemi non sono nuovi, spiega l’arcivescovo di Kaduna durante una videoconferenza organizzata dalla fondazione pontificia  Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), ma hanno acquisito una portata maggiore. La caduta di Gheddafi ha portato le armi ai Fulani, che rappresentano uno dei maggiori problemi di sicurezza della Nigeria: «Il banditismo è un antico mestiere di persone malvagie che qualche decennio fa usavano archi e frecce, mentre negli ultimi quattro anni circa hanno acquistato armi da fuoco e la loro capacità di distruzione è aumentata in modo esponenziale. Quanto allo scontro tra pastori Fulani e contadini, è un conflitto antico quanto la nostra regione, ma anche questo problema ha assunto una dimensione diversa negli ultimi dieci anni. I pastori un tempo erano armati di bastoni e archi, ora brandiscono i kalasnikov che inondarono il Paese dopo la caduta di Gheddafi in Libia».

Il risultato è uno stato di emergenza continua: «Non sei al sicuro a casa o in viaggio, e nemmeno in aria! Infatti, due mesi fa, dei banditi hanno attaccato un aereo sulla pista di Kaduna e per quasi due mesi non abbiamo avuto voli», spiega l’arcivescovo Matthew che indica il governo come complice primario: «Il governo ci ha completamente deluso, è l’assenza di un buon governo a causare tutto questo. Banditi, Boko Haram e rapimenti sono sintomi dell’ingiustizia e della corruzione del sistema. Se non andiamo alla radice del problema, combatteremo una battaglia persa».

E, se è vero che il problema nasce principalmente dall’interno, l’arcivescovo chiarisce come l’Occidente abbia preso parte alla crisi accusando pesantemente i leader dei nostri paesi: «Ci ​​vogliono due per ballare un tango. I nostri leader rubano i nostri soldi e li portano in Occidente, in Svizzera, Parigi, Londra o Francoforte. Se l’Occidente non accettasse quel denaro, lo lascerebbe a casa. I governi occidentali collaborano con i nostri leader».

Sebbene la situazione sia grave per tutti, per i cristiani significa vivere sotto minaccia ogni giorno. La Nigeria conta all’incirca lo stesso numero di cristiani e musulmani, i primi con maggioranza al sud e i secondi al nord. I Fulani sono perlopiù musulmani e i contadini cristiani, perciò i conflitti nascono spesso per problemi legati alla religione. «La religione e l’etnia sono questioni molto delicate in Nigeria che vengono sempre sollevate per convenienza, ma questo conflitto non è principalmente religioso, di questo sono assolutamente certo. Se fai domanda per un lavoro e non lo ottieni, puoi sempre dire che sei stato rifiutato per essere cristiano, e lo stesso vale per i musulmani. Gli opportunisti – come i politici – usano questi fattori a proprio vantaggio, ma se si va alla radice, si scopre che ha poco o nulla a che fare con la religione», spiega monsignor Ndagoso.

Lo stesso sembra valere per i sequestri e il banditismo, chiarisce il capo della diocesi di Kaduna, i preti sono presi di mira non perché cristiani, ma perché i rapitori credono che le chiese possano pagare un riscatto. «Negli ultimi tre anni sette dei miei sacerdoti sono stati rapiti, due sono stati assassinati e uno è in cattività da tre anni e due mesi. Quattro sono stati rilasciati. In cinquanta delle mie parrocchie, i sacerdoti non possono vivere nelle loro case parrocchiali perché sono presi di mira in quanto visti come una facile via di riscatto. Non posso più fare le mie visite pastorali come una volta e i sacerdoti non possono andare nei villaggi a celebrare la messa. Le persone non possono coltivare i loro campi, quindi non possono nutrirsi. Con questa insicurezza, le persone vengono anche private dei sacramenti».

Ovviamente ciò non significa che in Nigeria non esistano le discriminazioni religiose, racconta l’arcivescovo a tal proposito: «La persecuzione religiosa al nord è sistemica. Con un 30% di libertà religiosa saremmo già felici. Per praticare liberamente la tua religione, dovrebbe essere possibile predicare ovunque, e questo non è possibile al nord. Non posso costruire una chiesa, perché anche se compro un terreno non mi danno il permesso di costruire. In molti di questi stati non consentono l’insegnamento del cristianesimo, mentre i loro governi impiegano e pagano imam per insegnare nelle scuole. Ogni anno hanno un budget per costruire moschee, ma non consentono la costruzione di chiese. E se costruisci una chiesa senza permesso, il governo può demolirla. Questa è la nostra situazione, che è grave. Vogliamo che il nostro governo sia ritenuto responsabile delle sue azioni e che le persone siano trattate allo stesso modo».

Secondo l’arcivescovo di Kaduna c’è anche un problema di coscienza civica, per cui le persone non sono educate a prendere decisioni libere quando votano. In questo contesto, la Chiesa cattolica ha fatto la sua parte: «Nelle ultime elezioni c’era apatia tra gli elettori, perché la gente ha perso la fiducia nel sistema. Come leader religioso, devo infondere speranza nelle persone. Ci auguriamo che con il voto elettronico la trasmissione dei risultati sia più sicura e che, quindi, le persone si affolleranno per votare. Quattro anni fa abbiamo fatto una sintesi dell’Insegnamento Sociale Cattolico sul bene comune, per sensibilizzare. Negli ultimi mesi ci sono state elezioni suppletive e l’elettorato è diventato più saggio. Con la Dottrina Sociale della Chiesa abbiamo dimostrato che i politici devono essere ritenuti responsabili».


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