lunedì 26 settembre 2022
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NEWS 20 Settembre 2022    di Giuliano Guzzo

Draghi ritira il premio negli Usa. E avverte le urne

Ci sono eventi che sono anche dei segnali e che, come tali, raccontano ben di più di ciò che sembra: basta prestare attenzione. Uno di questi pare proprio essere il fresco ritiro, da parte del presidente del Consiglio dimissionario, Mario Draghi, del premio «statista dell’anno», che gli è stato assegnato in occasione della 57ma edizione dell’Annual Awards Dinner della Appeal of Conscience Foundation. La premiazione, alla presenza di Henry Kissinger, è avvenuta al Pierre Hotel di Nyc, con l’ex governatore della Bce insignito dell’onorificenza in omaggio alla sua «lunga leadership poliedrica nella finanza e nel pubblico servizio di cui hanno beneficiato l’Italia e l’Unione europea e che ha aiutato la cooperazione internazionale».

Fin in qui il fatto, nudo e crudo. Ma i segnali, vale a dire le letture che possono essere date a questa premiazione? La più semplice è che si tratti di una sorta di rituale «premio alla carriera» per il nostro premier. Dopotutto, l’Appeal of Conscience Foundation resta un’organizzazione che in passato ha già omaggiato altri leader: da Mikhail Gorbaciov ad Angela Merkel fino a Shinzo Abe. Tuttavia, c’è un fattore che non può essere non considerato e che, in realtà, risulta più importante in assoluto nell’inquadrate la passerella draghiana negli Usa: è il tempo. Domenica gli italiani saranno, come noto, chiamati a recarsi alle urne. In questo senso, com’è stato notato, quello che è avvenuto nell’albergo newyorkese ha quasi il sapore di una rassicurazione.

Mario Draghi, secondo alcuni osservatori, si è insomma recato Oltreoceano anche per rassicurare i poteri che contano – Casa Bianca in primis – che, qualunque cosa accada, «gli italiani faranno i bravi». Niente rivoluzioni, cioè, all’orizzonte. Come notoriamente si augura Washington, che – ormai alla luce del sole – intrattiene rapporti di ferro con i principali protagonisti delle nostre istituzioni: per un Draghi premiato oggi, infatti, c’è un Matteo Renzi verso cui un certo Barack Obama, non proprio il primo che passa, ha dichiarato testualmente: «Non potrei avere amico migliore di lui». Da alcuni mesi la stessa Giorgia Meloni sembra essersi impegnata non poco – a colpi di viaggi, saluti e strette di mani – per accreditarsi verso gli Stati Uniti.

Come mai? I più maliziosi potrebbero leggere nella prima donna che potrebbe varcare le soglie di Palazzo Chigi una sorta di corsa a tranquillizzare certi poteri, i soliti di cui sopra. Ma si tratta, appunto, di illazioni; e pure se fosse tutto vero, diciamolo, non pare essere servito un gran che, visto cosa sta scrivendo la stampa estera in questi giorni, col Financial Times secondo cui permangono «gravi riserve» su Giorgia Meloni, mentre The Guardian agita perfino lo spauracchio di «conseguenze economiche e sociali» che «potrebbero essere terribili», con «una coalizione di estrema destra al potere». Strano, aprendo una parentesi, che quanti sono soliti gridare alle ingerenze non ne abbiano scorte in avvertimenti tanto minacciosi.

Ma torniamo da dove, anzi da chi eravamo partiti: Mario Draghi. Il quale, pur non essendo certo politicamente senza peccato – lascia la guida del Paese avendo sì risolto l’emergenza pandemica, ma lasciandone aperta una non meno grave: quella energetica –, agli amici neworkesi tutto ha fatto tranne che il classico discorso di commiato, parlando di come si tratta o  meno con le autocrazie («ciò definirà la nostra capacità di plasmare il futuro»), di diritti umani, di linee e ideali che dovrebbero «guidare la nostra politica estera in modo chiaro e prevedibile», di agire oggi per non «pentirsene dopo». Pare a metà tra il discorso programmatico e l’avviso d’un potenziale diluvio. Con una postilla: se serve, io ci sono. Il numero lo avete (Foto: fonte).

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